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Diagnosi del degrado e restauro delle strutture in C.A. – Prove in sito non distruttive

Nella lezione di oggi il professore Mario Collepardi illustra e discute le prove in sito non distruttive eseguibili su una struttura in Calcestruzzo.

Le prove in sito, servono a misurare lo stato di usura e costruzione di una struttura in CLS.

L’ illustre docente, spiega che esistono diversi tipi prove.

  • le prove Distruttive,
  • le prove non Distruttive.

Con un linguaggio aulico e una presentazione idillica, il professore esegue un analisi delle prove non distruttive in strutture in calcestruzzo.
Infine, professore analizzerà e argomenterà le diverse tipologie di prelievo di materiale con il fine di essere esaminato.

Vi auguriamo buona visione.

Vi ricordiamo  che, le precedenti presentazioni sull’argomento “Tecnologia del calcestruzzo” sono disponibili nella sezione Formazione calcestruzzi speciali, che si trova nel reparto Libri e Formazione.

Comportamento al fuoco delle strutture in C.A.

In questa lezione i professore Collepardi vi introduce alla resistenza al fuoco del calcestruzzo. L’ esposizione al fuoco del calcestruzzo è fattore variabile e dipende dalla propria resistenza meccanica.

La formula prevede che:

Maggiore è la resistenza meccanica iniziale del CLS prima del riscaldamento e maggiore è la Rc residua se non si superano i 500 gradi.

Ovviamente in base alla tipologia di CLS,  la resistenza può aumentare o diminuire. Inoltre, il tipo di aggregato gioca un ruolo importantissimo, data la possibilità di studio in laboratorio per prevenire possibili disastri.

Guarda il video completo per scoprire in dettaglio , come le diverse tipologie di calcestruzzo reagiscono al fuoco!

Le precedenti presentazioni sull’argomento “Tecnologia del calcestruzzo” sono disponibili nella sezione Formazione calcestruzzi speciali, che si trova nel reparto Libri e Formazione.

Diagnosi del degrado e restauro delle strutture in C.A. – Capitolo 8

L’impiego dell’FRP nel restauro delle opere in C.A.

8.1 – INTRODUZIONE

I materiali FRP (pronuncia ef-ar-pi), acronimo di Fiber Reinforced Polymer, cioè, “materiali polimerici fibrorinforzati” costituiscono l’ultima frontiera nel settore del restauro e dell’adeguamento statico degli edifici civili e delle opere infrastrutturali.

Gli FRP appartengono alla vasta famiglia dei “compositi strutturali”, ossia, di quei materiali (fra cui anche il cemento armato) costituiti da due o più fasi di cui almeno una – il rinforzo – è presente in forma discontinua ed è caratterizzata da elevate prestazioni meccaniche, mentre l’altra – la matrice – è identificabile come un elemento continuo e, di solito, risulta meccanicamente più debole. La caratteristica peculiare dei compositi strutturali è quella di fornire prestazioni meccaniche migliori o, perlomeno, più “complete” di quelle che sarebbero fornite dalle singole fasi componenti.

Nei compositi a matrice polimerica (gli FRP per l’appunto) la matrice è generalmente costituita da una resina epossidica o al poliestere mentre i rinforzi sono costituiti da fibre in materiali inorganici come il carbonio, il vetro o, meno frequentemente, il boro oppure i materiali polimerici come l’aramide.

Gli FRP non sono materiali di invenzione particolarmente recente. Infatti, la prima barca in vetroresina – materiale capostipite dei compositi strutturali, costituito da fibre di vetro e resina al poliestere – venne realizzata nel 1942, le prime fibre di boro e in carbonio ad alta resistenza sono apparse all’inizio degli anni 60 e il brevetto del Kevlar (nome commerciale delle fibre in aramide), è stato depositato dalla Dupont nel 1973. L’elevato costo di questi materiali, legato soprattutto alla complessità dei processi produttivi, però, ha relegato per molti anni l’uso degli FRP a settori come quello aeronautico, astronautico e militare dove il problema dei costi risulta di secondaria importanza rispetto alla possibilità di utilizzare materiali come gli FRP caratterizzati da una resistenza specifica, (intesa come resistenza meccanica a trazione per unità di peso) così elevata da risultare ineguagliabile da qualsiasi altro materiale.

Tuttavia, la parziale riduzione dei costi, in particolare delle fibre di carbonio, dovuta alla loro maggiore diffusione e ad una ottimizzazione dei processi produttivi, ha fatto sì che, negli ultimi anni, l’utilizzo degli FRP ad alte prestazioni si sia esteso anche a settori caratterizzati storicamente da una tecnologia più “povera” come quello delle costruzioni edili dove la presenza di materiali e sistemi costruttivi più economici ne aveva per anni ostacolato l’ingresso. In particolare, nel settore delle costruzioni edili, si è assistito nell’ultima decade ad un notevole incremento dell’utilizzo di compositi strutturali a matrice polimerica.

Ad esempio in Giappone, paese che per primo ha eseguito sperimentazioni e realizzato applicazioni pratiche di materiali FRP in edilizia, il consumo delle fibre di carbonio per uso strutturale è passato dalle 6 tonnellate del 1993 alle 250 tonnellate del 1997. Analogo andamento è stato registrato negli ultimi anni negli Stati Uniti, altro paese trainante nell’utilizzo degli FRP nel campo delle costruzioni.

L’impiego degli FRP in edilizia riguarda solo in minima parte gli edifici e le infrastrutture di nuova costruzione dove, nonostante la riduzione dei costi, i compositi strutturali non riescono a scalzare la concorrenza dei materiali tradizionali come il calcestruzzo, l’acciaio e il legno decisamente più a buon mercato. Esistono, tuttavia, rari esempi di costruzioni interamente realizzate in composito, come la passerella pedonale di Aberfeldy per la cui costruzione è stato fatto ampio uso di elementi in fibra di vetro, oppure esempi di applicazioni pratiche in cui si è proceduto all’inserimento di armature in composito all’interno di strutture in calcestruzzo di nuova costruzione, in sostituzione delle normali armature metalliche, al fine di aumentarne la durabilità in ambienti particolarmente aggressivi. L’utilizzo maggiore degli FRP nelle costruzioni, invece, riguarda essenzialmente il settore del restauro statico delle strutture degradate o danneggiate e quello dell’adeguamento statico, in particolare in campo antisismico.

Il progressivo invecchiamento delle strutture e infrastrutture in cemento armato costruite per lo più nella seconda metà del secolo appena trascorso, la necessità di provvedere all’adeguamento statico di strutture non progettate o mal progettate per resistere agli eventi sismici oppure di ripristinare quelle che sono state da questi eventi danneggiate, infine l’urgenza di provvedere ad un incremento della portanza di ponti e viadotti per effetto dell’aumento del traffico veicolare e dei relativi carichi, costituiscono un problema di primaria importanza nella società odierna.

In questo settore, le tecniche di intervento basate sull’utilizzo dei materiali tradizionali presentano non poche difficoltà operative e diversi dubbi sulla durabilità futura dell’intervento stesso. In quest’ottica, un intervento di ripristino basato sull’utilizzo di compositi ad alte prestazioni, nonostante il costo più elevato delle materie prime, può risultare più economico se si estende la valutazione economica ai tempi e alle attrezzature necessarie per l’intervento, ai costi derivanti da eventuali interruzioni dell’esercizio della struttura e alla stima della vita utile della struttura stessa a seguito dell’intervento.

I materiali FRP, infatti, grazie alla estrema leggerezza, vengono messi in opera senza l’ausilio di particolari attrezzature e macchinari, da un numero limitato di operatori, in tempi estremamente brevi e, spesso, senza che risulti necessario interrompere l’esercizio della struttura.

8.2 – LE FIBRE DI CARBONIO

Le fibre di carbonio, apparse sul mercato nei primi anni ’60, sono fibre sintetiche caratterizzate da altissima resistenza meccanica ed altissima rigidità.

Industrialmente le fibre di carbonio vengono prodotte per lavorazione ad alta temperatura di particolari fibre polimeriche dette “precursori”. Il precursore attualmente più utilizzato per la produzione di fibre in carbonio è il poliacrilonitrile (PAN), un materiale di per sé molto utilizzato sia in campo tessile (i ben noti tessuti “acrilici” sono in massima parte costituiti da copolimeri di PAN) che in edilizia (molte delle fibre polimeriche utilizzate per prevenire le fessure da ritiro plastico nelle malte e nei calcestruzzi sono in poliacrilonitrile).

La produzione delle fibre di carbonio, a partire dal poliacrilonitrile, viene effettuata attraverso un processo industriale che prevede tre stadi: Riscaldamento, Ossidazione e Carbonizzazione nel corso dei quali la temperatura viene fatta aumentare fi no a 1300 – 1500°C mentre le fibre del precursore vengono tenute in trazione. Il risultato finale è la formazione di polimeri a struttura grafitica pressoché pura, continua e regolare lungo tutta la lunghezza delle fibre.

Polimero a struttura grafi tica risultante dalla produzione industriale delle fibre di carbonio

La grafite presente in natura è un materiale molto tenero e lavorabile, tant’è che viene utilizzato nelle mine delle matite. Ciò è dovuto al fatto che essa si presenta in natura come un agglomerato di “lamelle”, ossia, di cristalli piani di piccole dimensioni, facilmente sfaldabili tra loro in processi di lavorazione meccanica.

Le fibre di carbonio ottenute artificialmente, invece, sono costituite, come già detto, da veri e propri “polimeri” di grafi te che esibiscono una tenacità senza eguali se sollecitate nella direzione in cui si sviluppa il polimero.

Nella realtà, le fibre in carbonio commercialmente prodotte, al variare dei parametri di processo sopra descritti, sono caratterizzate da una struttura chimica che varia da quella del carbonio allo stato amorfo e quella della grafite cristallina. In dipendenza da ciò, variano anche le caratteristiche fisico-meccaniche delle fibre in carbonio.

In Tabella 8.1 sono riportate le caratteristiche meccaniche di tre tra i più comuni tipi di fi bre di carbonio, che vengono identificati come Carbonio ad Alta Resistenza, Carbonio ad Alto Modulo e Carbonio ad Altissimo Modulo, confrontate con quelle dell’acciaio da cemento armato tipo Feb 44K. Come si può notare, il parametro che differenzia più marcatamente le fibre in carbonio dall’acciaio, è la cosiddetta resistenza specifica, ossia, il rapporto tra la resistenza meccanica a trazione e il peso specifico che nelle prime risulta da 10 a 40 volte maggiore che nel secondo. Questa caratteristica rende i composti in fi bra di carbonio particolarmente utili in settori come quello aeronautico o astronautico dove la leggerezza è un parametro essenziale. Nel settore delle costruzioni civili il tipo di fi bre in carbonio maggiormente utilizzato e quello ad Alta Resistenza (E ≈ 230 GPa; ffk ≈ 4000 ÷ 5000 MPa) seguito, a lunga distanza, dal Carbonio ad Alto Modulo (E ≈ 400 GPa; ffk ≈ 3000 MPa).

Il carbonio ad Altissimo Modulo non viene praticamente utilizzato.

Le fibre in Aramide o Aramidiche sono fibre polimeriche ad altissime prestazioni meccaniche ottenute per lavorazione di Poliammidi Aromatiche (in inglese ARomatic polyAMIDes) dalla cui contrazione deriva il nome “Aramid”.

8.3 – LE FIBRE DI ARAMIDE

Le poliammidi sono una famiglia di materiali polimerici ottenuti per policondensazione di diammine e acido dicarbossilico. Esse possono essere caratterizzate da una struttura “lineare” oppure contenere gruppi aromatici.

Si parla di poliammidi a struttura o catena lineare quando i legami tra gli atomi di carbonio e i vari gruppi funzionali si sviluppano prevalentemente lungo una linea. Tra le poliammidi a struttura lineare vale la pena ricordare il Nylon, uno dei primi materiali polimerici ad essere stato sintetizzato (1935). Il Nylon, essendo caratterizzato da una struttura lineare, risulta molto deformabile. Esso, infatti, è caratterizzato da un modulo elastico E intorno a 5 GPa (circa 50000 kg/cm2 ) e possiede una resistenza meccanica a trazione relativamente bassa se confrontata con quella di altri materiali polimerici (500 ÷ 700 MPa). Le caratteristiche meccaniche del Nylon, inoltre, tendono a diminuire in presenza di umidità. Per la scarsa rigidezza e tenacità, il Nylon non trova impiego in ambito strutturale.

Le poliammidi possono contenere nella loro struttura un certo numero di “anelli aromatici”. In chimica organica si dà il nome di anello aromatico alla struttura caratteristica della molecola del benzene costituita da 6 atomi di carbonio posti ai vertici di un esagono regolare e legati tra loro e ad un atomo di idrogeno esterno.

La presenza di anelli aromatici nella molecola di una poliammide (Fig. 8.3b) comporta un incremento delle prestazioni meccaniche rispetto a quelle delle poliammidi lineari, in particolare, del modulo di elasticità. Se il contenuto di anelli aromatici risulta maggiore dell’85% si parla di poliammidi aromatiche e, più propriamente, di ARAMIDI.

Molecola del benzene che contiene un anello aromatico

Le prime fibre aramidiche prodotte risalgono agli anni ‘60 (1961) e sono state commercializzate con la denominazione di NOMEX.

Nel 1971, nei laboratori della Dupont, gli stessi studiosi che avevano inventato Nomex hanno messo a punto e brevettato un processo per ottenere fibre aramidiche caratterizzate da prestazioni meccaniche decisamente superiori a quelle del Nomex e confrontabili con quelle di alcuni tipi di fibre in carbonio. Il materiale ottenuto è stato commercializzato con il nome di Kevlar e rappresenta la quasi totalità delle fibre oggi utilizzate nei compositi a base aramidica.

Esistono in commercio vari tipi di Kevlar che si differenziano tra loro sia per la struttura chimica (in particolare per la lunghezza delle diammine aramidiche utilizzate nei monomeri) che per le prestazioni meccaniche. I più comuni sono il Kevlar 29 e il Kevlar 39. Più recentemente è stata introdotta una nuova formulazione denominata Kevlar 149. Nella Tabella 8.2 sono riportate le caratteristiche meccaniche di questi tre tipi di fi bra aramidica confrontate con quelle dell’acciaio tipo FeB 44K.

Le fibre aramidiche sono caratterizzate da una resistenza meccanica a trazione confrontabile con quella delle più comuni fibre in carbonio ma da un modulo elastico mediamente più basso. Per contro, in ragione del loro peso specifico più basso (1,4 g/cm3 contro 1,8 g/cm3 del carbonio) le fibre aramidiche sono caratterizzate da una più elevata resistenza specifica intesa come resistenza meccanica a trazione rapportata al peso specifico del materiale.

L’elevata resistenza specifica delle fibre aramidiche le rende particolarmente indicate nelle applicazioni aeronautiche mentre la loro notevole resistenza all’impatto ne hanno suggerito l’uso in particolari applicazioni militari. Ad esempio, sono state realizzate in Kevlar parti delle corazze di alcuni carri armati leggeri, mentre sono realizzati in tessuti di Kevlar, sostanzialmente tutti i giubbotti antiproiettili.

Nel settore delle costruzioni civili, l’aramide non trova grande impiego nel restauro delle strutture in cemento armato dove le fibre in carbonio provvedono, a parità di costi, un più alto modulo elastico e, quindi, maggiore capacità di assumere carichi e parità di deformazioni imposte alla struttura rinforzata. L’impiego delle fibre in aramide è, per lo più, indicato nel rinforzo delle strutture in muratura dove un elevato modulo elastico non è necessario e, spesso, può costituire un problema.

8.4 LE FIBRE IN VETRO

Le fibre di vetro sono ottenute per fusione a circa 1500°C di vari ossidi quali: l’ossido di calcio, l’ossido di silicio, l’ossido di magnesio, l’ossido di alluminio, l’ossido di boro. Successivamente alla fusione, la miscela di ossidi viene fatta raffreddare bruscamente fi no a circa 1200 °C e fatta fi lare dal fondo di un contenitore di platino provvisto di centinaia di fori. Le singole fibre vengono, poi, riunite, per mezzo di opportuni collanti, a formare dei fi lamenti con sezione trasversale costituita da circa 200 fili.

Successivamente alla filatura le fibre vengono, normalmente, ricoperte da un appretto che svolge diverse funzioni tra le quali quella di proteggere il vetro dall’azione aggressiva dell’ambiente esterno.

In funzione del tipo e delle proporzioni delle materie prime utilizzate nel processo di fusione si possono ottenere vari tipi di vetro con prestazioni fi siche e meccaniche molto differenti tra loro. Complessivamente sul mercato sono presenti sette tipi diversi di vetro definiti con le lettere A, C, D, E, L, R, S. Fra questi i più diffusi sono il vetro tipo “E”, caratterizzato da costo molto contenuto ma da prestazioni meccaniche relativamente basse e il vetro tipo “S”, prestazionalmente migliore ma caratterizzato da costi più elevati.

L’utilizzo delle fibre di vetro nel rinforzo delle strutture in cemento armato può nascondere, almeno in linea teorica, un problema legato alla scarsa resistenza di questo materiale alle aggressioni promosse da un ambiente fortemente alcalino come quello del calcestruzzo. In presenza di alcali (Na+ e K+ ), infatti, la silice (SiO2 ) in forma amorfa che costituisce la fase principale del vetro, tende a reagire formando dei silicati alcalini idrati in forma gelatinosa. Il risultato di questa reazione è un forte degrado delle fibre in vetro con netta riduzione della sezione resistente complessiva.

Vale la pena far notare, comunque, che il problema della scarsa resistenza agli alcali delle fibre di vetro nelle applicazioni di rinforzo a strutture in cemento armato viene risolto se si procede, come peraltro è necessario anche ai fi ni statici, ad una completa imbibizione delle fibre nella resina che costituisce la matrice e che, nel caso specifico, funge da protezione per le fibre nei confronti dell’attacco promosso dalle sostanze alcaline provenienti dal conglomerato cementizio.

Diagnosi del degrado e restauro delle strutture in C.A. – Capitolo 7

Intervento a spruzzo o a cazzuola

L’intervento è destinato all’applicazione di malte espansive a consistenza plastica per riparare grandi estensioni superficiali (pareti, volte, soffitti) di spessore relativamente ridotto (in genere da 2 a 4 cm).

L’intervento comprende:

  • preparazione del sottofondo;
  • produzione della malta;
  • applicazione della malta;
  • stagionatura del rivestimento.

Preparazione del sottofondo

In linea di massima è necessario che il sottofondo di calcestruzzo sul quale si deve applicare la malta da restauro si presenti sano, irruvidito e saturo di acqua.

I ferri di armatura, inoltre, debbono essere privati della loro ruggine incoerente.

Occorre, pertanto:

  • rimuovere, mediante scarifica meccanica o idrodemolizione, il materiale ammalorato fino ad arrivare ad un calcestruzzo meccanicamente resistente e irruvidito: lo spessore di calcestruzzo rimosso deve essere almeno eguale a quello che, in base alle indagini diagnostiche (Capitolo II), risulta essere ormai penetrato dagli agenti aggressivi (cloruro, solfato, ecc.) anche se ancora non completamente danneggiato; i residui di precedenti interventi non perfettamente aderenti, come anche oli, grassi, vernici superficiali, ecc., dovranno essere ugualmente rimossi; un irruvidimento ideale del sottofondo corrisponde ad una superfi cie con asperità di circa 5 mm;
  • pulire i ferri di armatura da polvere e ruggine incoerente mediante sabbiatura ed applicare una rete elettrosaldata o nuovi ferri di armatura eventualmente previsti dal progetto di restauro; la rete elettrosaldata (per spessori di malta fi no a 25 mm) va applicata direttamente sul sottofondo e fissata con chiodi in modo da garantire un copriferro di almeno 15 mm; nel caso di spessori di malta fi no a 50 mm – fermo restando il copriferro di almeno 15 mm – è consigliabile, mediante distanziatori, sistemare la rete elettrosaldata in modo che non sia a diretto contatto del sottofondo (ma disposta simmetricamente nello strato di malta) per utilizzare al massimo l’azione di contrasto della rete stessa nei confronti dell’espansione della malta; ad ogni modo, per spessori maggiori di 25 mm è consigliabile applicare il prodotto a più strati ciascuno dei quali per non più di 25 mm; spessori di malta inferiori a 15 mm possono essere applicati anche in assenza di rete elettrosaldata, purché il contrasto all’espansione della malta sia assicurata dalle asperità (5 mm) del sottofondo in calcestruzzo;
  • saturare di umidità il sottofondo bagnando con acqua a pressione al fine di evitare sottrazione di acqua alla malta da applicare con conseguente perdita delle caratteristiche espansive: una tecnologia ottimale è quella basata sull’ impiego delle macchine per lavaggio ad acqua delle autovetture con rimozione dell’eccesso di acqua mediante aria compressa o stracci per ottenere un sottofondo saturo di acqua a superficie asciutta.

Produzione della malta

Prima di iniziare la produzione della malta è necessario aver predisposto le attrezzature occorrenti (betoniera, macchina intonacatrice, cazzuola, spatola, frattazzo) ed accertare che il quantitativo di prodotto sia sufficiente per l’esecuzione del lavoro (di solito da 1900 a 2000 kg per 1 m3 di malta). Si procede, quindi, alla miscelazione della malta in betoniera seguendo le istruzioni del produttore per quanto concerne la quantità di acqua da impiegare e le modalità operative.

Nel caso di climi caldi (> 35°C) si raccomanda di immagazzinare i prodotti occorrenti alla preparazione della malta in luoghi protetti dalla diretta insolazione, ed in quelli freddi (< 10°C) in ambienti chiusi al riparo dalle intemperie. Questa precauzione evita fenomeni di presa rapida o lenta della malta. Per lo stesso motivo è consigliabile l’impiego di acqua raffreddata (0-10°C) o riscaldata (40-60°C) rispettivamente nei periodi di clima caldo o freddo.

Applicazione della malta

L’applicazione può essere eseguita a cazzuola o, più produttivamente ed efficacemente a spruzzo con macchina intonacatrice. Immediatamente si può procedere, con una spatola di legno, a rendere più o meno planare la superficie rimuovendo la malta dalle zone di maggior accumulo. La finitura finale, (con frattazzo di legno, di ferro o di spugna sintetica) può essere eseguita in un tempo successivo (circa 30-60 min) quando, appoggiando la mano sulla superficie, le dita non affondano ma lasciano solo una leggera impronta. Se la malta ha da poco iniziato la presa l’operazione di frattazzatura superficiale può essere agevolata se è accompagnata dall’applicazione di acqua nebulizzata.

 

Stagionatura

Subito dopo la finitura finale, le superfici della malta applicata debbono essere stagionate con teli costantemente umidi per almeno 24 ore e fino a 2 giorni in ambienti caldi (> 30°C), asciutti (UR < 70%) e ventilati (velocità del vento > 10 km/ora). In alternativa, subito dopo la finitura le superfici possono essere trattate con agente stagionante per creare una pellicola anti-evaporante: questa operazione è sconsigliata se si debbono applicare ulteriori rivestimenti protettivi o vernici, a meno che non si provveda successivamente a rimuovere la pellicola mediante spazzolatura.

Ettringite: Dott. Jekyll e Mr. Hyde


L’ Ettringite gioca più ruoli nel determinare il comportamento del calcestruzzo. A seconda delle circostanze e delle condizioni la sua formazione può essere benefica o negativa. Un po’ come quel famoso personaggio dalla doppia personalità: quella benevola di Mr. Hyde, e quella criminale di Dr. Jekyill. Da un punto di vista chimico l’ettringite è un trisolfo-alluminato di calcio idrato: 3CaO•Al2O3•3CaSO4•32H2O. Tuttavia il suo comportamento ed i suoi effetti sulle prestazioni del calcestruzzo sono poco correlabili con la sua composizione chimica, quanto piuttosto con le modalità ed i tempi di formazione.

IL RUOLO POSITIVO: L’ETTRINGITE PRIMARIA

La formazione di ettringite svolge sicuramente un ruolo positivo nella regolazione della presa del cemento portland. Quest’ultimo è sostanzialmente costituito da due componenti: il clinker, che deriva dalla cottura delle materie prime e che contiene una miscela di silicati e alluminati (C3S, C2S, C3A e C4AF), ed il gesso (CaSO4•2H2O) che viene aggiunto, in misura di circa il 5%, nel mulino di macinazione del cemento. In assenza di gesso, il clinker (ed in particolare un suo componente molto reattivo: il C3A) provocherebbe una presa così rapida (subito dopo la miscelazione con acqua) da rendere impraticabile il trasporto del calcestruzzo. La presa rapida è associata alla trasformazione del C3A in lamine esagonali di alluminati di calcio idrati C-A-H (Fig. 1).La funzione del gesso è quella di reagire proprio con il C3A in presenza di acqua provocando il deposito di ettringite (in forma di una pellicola che avvolge la superficie del C3A) ed arrestando momentaneamente, o comunque ritardando fortemente, l’ulteriore idratazione del C3A e la formazione di C-A-H. Il risultato di questo processo, altamente positivo, è quello di far avvenire la presa del cemento in un tempo più lungo (almeno un’ora) e di consentire le operazioni di miscelazione, di trasporto, e di getto del calcestruzzo in tutta tranquillità. Per comodità definiremo primaria questa ettringite che si forma nella fase della presa del cemento. La formazione della pellicola di ettringite – che in realtà è assimilabile ad un feltro di minutissimi cristalli aghiformi – è però accompagnata da un aumento di volume, derivante dal fatto che l’ettringite è più voluminosa rispetto ai prodotti (C3A, acqua e gesso) che la generano.Se la formazione di ettringite è limitata e si esaurisce in breve tempo, cioè se si manifesta all’interno di un sistema deformabile (come è il calcestruzzo soprattutto nella fase plastica nelle prime ore di vita), allora l’incremento di volume, oltre ad essere modesto, non provoca sostanzialmente tensioni all’interno del materiale. Se, invece, la formazione di ettringite fosse abbondante e si protraesse per molto tempo (quando ormai il calcestruzzo è diventato molto rigido), allora l’aumento di volume potrebbe provocare pericolose tensioni con conseguenti fessurazioni dei manufatti cementizi.Questo diverso comportamento (assenza o meno di fessurazioni) è in qualche modo assimilabile a quello di un contenitore, pieno d’acqua, posto in un congelatore: la formazione di ghiaccio, anch’essa accompagnata da aumento di volume, provoca la fessurazione di un contenitore rigido in vetro, ma non di un contenitore deformabile in gomma. In pratica, per assicurare che la formazione di ettringite non provochi tensioni pericolose all’interno di un calcestruzzo rigido, occorre limitare il quantitativo di gesso aggiunto in macinazione allo stretto indispensabile, per la regolazione della presa, in modo tale che la formazione stessa di ettringite si esaurisca nel minor tempo possibile (al massimo entro un giorno) e sia comunque in quantità limitata.Fig.1 – Meccanismo di azione del gesso nel regolare la formazione di ettringite primaria.

IL RUOLO NEGATIVO: L’ETTRINGITE SECONDARIA

Ciò comporta, però, che buona parte del C3A rimanga – per difetto di gesso – al di sotto della pellicola di ettringite. Questo C3A residuo completerà successivamente, quando ormai il calcestruzzo è stato messo in opera, la sua conversione in C-A-H per lenta diffusione dell’acqua attraverso la pellicola superficiale di ettringite. Il quadro ora descritto (che riguarda il controllo della presa del cemento e quindi la possibilità pratica di gettare il calcestruzzo entro tempi ragionevolmente lunghi) lascia, tuttavia, aperta una possibilità di rischio.Tabella 1 – Sequenza degli eventi per la formazione di ettringite secondaria.

a) Ingresso dall’ambiente nel calcestruzzo di ioni solfatici (SO4-2);
b) Reazione dello ione SO4= con la calce presente nel calcestruzzo e formazione di gesso:
SO4-2 + Ca(OH)2 acqua======> CaSO4·2H2O + 2OH [1]
(Calce) (gesso)
c) Reazione del gesso di neo-formazione con gli alluminati idrati del cemento (C-A-H) e produzione di ettringite secondaria:
Ca SO4·2H2O + C-A-H acqua======> 3CaO·Al2O3·3CaOSO4· 32H2O [2]

Il rischio consiste nel fatto che la formazione di nuova ettringite, che definiremo secondaria, possa essere ri-alimentata a seguito di ulteriore gesso formato in situ per ingresso di solfati provenienti dall’ambiente. E’ questo tipo di ettringite (cioè quello formato a tempi lunghi per interazione del materiale con l’ambiente, ed in particolare tra il C-A-H del calcestruzzo in servizio con il solfato ambientale) che può provocare danni severi sotto forma di fessurazioni, delaminazioni e distacchi del calcestruzzo (Fig. 2). Questo tipo di degrado è noto con il nome di attacco solfatico ed è associato principalmente (ma non solo) con la formazione di ettringite secondaria.Fig. 2 – Degrado di un canale per attacco solfatico delle acque e formazione di ettringite secondaria.Semplificando, l’attacco solfatico – che porta alla formazione di ettringite secondaria – può essere schematizzato con la successione di tre eventi (a, b, c) come è mostrato in Tabella 1.Come si può vedere, la formazione di ettringite secondaria all’interno del calcestruzzo in servizio, quando è esposto in un ambiente solfatico, richiede la sequenza di tre eventi (a, b, c). Da un punto di vista pratico, per impedire o almeno attenuare il degrado del calcestruzzo per effetto dell’attacco solfatico, è necessario bloccare almeno uno, possibilmente due, e preferibilmente tutti e tre gli eventi che portano alla formazione di ettringite secondaria.a) Impedire l’ingresso del solfatoIl modo più efficace per prevenire l’attacco solfatico consiste nel bloccare l’evento a, cioè nell’impedire che il solfato ambientale entri nel calcestruzzo.E’ evidente, infatti, che se il solfato non penetra nel calcestruzzo non possono verificarsi né il secondo evento (formazione di gesso), né tanto meno il terzo (formazione di ettringite). Ci sono due metodi (A e B), in pratica, per predisporre una barriera all’ingresso del solfato – come in qualsiasi altro agente aggressivo ambientale – all’interno del calcestruzzo.A) Il primo metodo consiste nel confezionare un calcestruzzo poco poroso, o comunque caratterizzato da un sistema poroso discontinuo, che impedisca – attraverso la segmentazione dei pori – l’accesso del solfato verso l’interno del materiale: in pratica, per ridurre la porosità ed impedire l’ingresso del solfato, si ricorre all’adozione di bassi rapporti acqua/cemento (a/c) che predispongano, dopo un’accurata stagionatura umida, la formazione di una pasta cementizia impermeabile all’acqua e quindi di fatto impenetrabile dai solfati. In pratica, il vincolo nel non superare un certo rapporto a/c, e creare quindi una efficace barriera all’ingresso dei solfati, dipende dalle entità della forza motrice che sospinge i solfati dall’ambiente dentro il calcestruzzo. Questa forza motrice è tanto più intensa, quanto maggiore è la concentrazione del solfato nell’ambiente. Pertanto, la barriera all’ingresso del solfato deve essere tanto più efficace (cioè il rapporto a/c deve essere tanto più basso), quanto maggiore è la concentrazione del solfato nell’ambiente che circonda il calcestruzzo. Questo principio, che riguarda non solo l’attacco del solfato ma anche quello di altri agenti aggressivi, è alla base di tutte le moderne normative (inclusa quella nazionale UNI 9850 ed europea EN 206). In linea di massima si può dire che il rapporto a/c del calcestruzzo non deve superare il valore di 0.55 quando l’ambiente (acqua o terreno) nel quale si trova il manufatto contiene più di 250 mg di solfato per 1 kg di acqua o di terreno, e deve scendere a valori ancora più bassi (< 0.45) se il contenuto di solfato è maggiore (si consulti per maggiori dettagli l’articolo “Durabilità del calcestruzzo armato” disponibile sul sito www.encosrl.it ? l’ABC del calcestruzzo).B) Il secondo metodo di prevenzione all’ingresso del solfato consiste nel proteggere superficialmente la superficie del manufatto con un rivestimento impermeabile che impedisca l’accesso di acqua nel calcestruzzo (il solfato, anche se presente in un terreno, è comunque sempre veicolato da un mezzo acquoso): questo tipo di prevenzione, che peraltro non sempre può essere realizzato (per esempio nei getti contro terra), presenta l’inconveniente che il rivestimento protettivo può distaccarsi nel tempo a seguito delle escursioni termiche ambientali. Tuttavia, questo provvedimento si rende indispensabile – ove sia attuabile – quando l’attacco solfatico sia già iniziato per carente qualità (eccessiva porosità) del calcestruzzo ormai gettato, o laddove (come prevedono le menzionate norme nazionali ed europee) la elevatissima concentrazione del solfato nell’ambiente (> 6000 mg/kg) richieda un trattamento di impermeabilizzazione superficiale del manufatto in aggiunta all’altro provvedimento che riguarda il rapporto a/c.b) Impedire la formazione di gessoIn aggiunta – e non in alternativa – al metodo a) per impedire l’ingresso del solfato, si può tentare di ridurre la quantità di calce nel calcestruzzo. Conseguentemente diminuisce la quantità di gesso che si forma secondo il processo [1]. Questo accorgimento – comunque raccomandabile, ancorché non cogente in base alla normativa – consiste nell’impiegare cementi d’altoforno (CEM III), pozzolanici (CEM IV) o compositi (CEM V). Questi cementi – grazie alla presenza di pozzolana e/o loppa – riducono significativamente la quantità di calce libera nel calcestruzzo (si consulti l’articolo “Cemento: il cuore del calcestruzzo” disponibile sul sito www.encosrl.it ? l’ABC del calcestruzzo). La diminuzione di calce, e quindi di gesso formato in situ, comporta ovviamente un minor rischio di formazione di ettringite alimentata dal gesso secondo il processo [2] in Tabella 1.Val la pena di precisare che la semplice adozione dei cementi sopra menzionati, non è in grado di assicurare la durabilità del manufatto in assenza di un ridotto rapporto a/c.c) Impedire la formazione di ettringitePer la produzione di ettringite è indispensabile che accanto al gesso – formatosi a seguito del processo [1] – sia presente la fase C-A-H. La riduzione, o la completa eliminazione del C-A-H, impedirebbe teoricamente la produzione di ettringite ancorchè il solfato sia penetrato nel calcestruzzo (evento a) ed abbia reagito con la calce (evento b). Per questo motivo, in passato, si è ritenuto di poter prevenire il degrado da attacco solfatico semplicemente impiegando un cemento povero o privo ci C3A (cemento ferrico) e quindi capace di produrre una quantità rispettivamente minima o nulla di C-A-H. In realtà, anche in assenza di C3A rimangono comunque nel cemento dei componenti vulnerabili – sia pure, rispetto al C3A, in misura minore – al solfato e al gesso. Infatti, anche i prodotti di idratazione del C4AF (un altro alluminato presente nel clinker) sono suscettibili di trasformazione in ettringite, mentre i prodotti di idratazione dei silicati (C-S-H) possono generare, in presenza di gesso, la formazione di thaumasite, un prodotto ancor più devastante dell’ettringite. Pertanto, l’impiego di un cemento a basso tenore di C3A – spesso considerato un cemento di per sé resistente ai solfati – è una opzione raccomandabile (UNI 9858 ed EN 206) in aggiunta agli altri più importanti accorgimenti – in particolare quello di adottare un basso rapporto a/c – per la prevenzione dell’attacco aggressivo soprattutto quando la concentrazione del solfato nell’ambiente supera una certa soglia critica (500 mg/kg per le acque e 3000 mg/kg per i terreni).

IL DEGRADO DA DEF

Il degrado usuale legato alla formazione di ettringite secondaria è sostanzialmente incentrato sulla interazione di un calcestruzzo (generalmente poroso) e l’ambiente (acqua o terreni) che contiene solfati. A partire dagli anni ‘80 è stato evidenziato – soprattutto nelle traversine ferroviarie in c.a.p. – un singolare tipo di attacco solfatico che si manifesta, in forma di fessurazione, in manufatti situati in ambienti esenti da solfato. Questo tipo di degrado – noto come DEF (Delayed Ettringite Formation) – è in sostanza provocato dalla ritardata formazione di ettringite secondaria generata all’interno del calcestruzzo senza alcun apporto di solfati dall’esterno. Per spiegare questo singolare e straordinario tipo di degrado sono state avanzate più ipotesi le più importanti delle quali sono:l’ettringite primaria (non pericolosa), che si forma al momento della presa, si decompone termicamente se il manufatto è sottoposto a maturazione accelerata ad alta temperatura; per successiva esposizione all’acqua si riforma l’ettringite (secondaria) generando tensioni pericolose in quanto l’espansione, che accompagna la formazione di questa ettringite, si manifesta in un sistema che nel frattempo è diventato molto più rigido;

(ii) il degrado da DEF non sarebbe direttamente imputabile alla formazione di ettringite; il quadro fessurativo sarebbe in realtà provocato da altri fenomeni (reazione alcali-silice, rottura a fatica per sollecitazioni dinamiche in servizio, ecc), mentre gli ioni SO4 -2, Ca +2, Al +3, derivanti dall’ettringite primaria, provocherebbero il deposito di ettringite secondaria in una forma “benigna”: in sostanza il deposito di ettringite secondaria all’interno delle microfessure – provocate da altri eventi precursori – sarebbe l’effetto e non la causa del degrado stesso;

(iii) accanto all’ettringite primaria – che si forma immediatamente per reazione tra C3A, gesso ed acqua – si può formare, a tempi più lunghi, un’ettringite secondaria (o ritardata) anche in un ambiente privo di solfati purché nel clinker sia presente un’eccessiva quantità di solfato proveniente dalle impurità di zolfo presente nei combustibili. Il solfato presente nel clinker – a differenza di quello contenuto nel gesso aggiunto in macinazione per regolare la presa – è lento nel diffondere dal clinker verso la fase acquosa che riempie i pori e le microfessure presenti nel calcestruzzo, e pertanto alimenta la formazione di ettringite quando il calcestruzzo è ormai indurito e rigido e provocando, quindi, microfessurazioni e distacchi.

In favore della terza ipotesi ci sono tre considerazioni:

  • il degrado da DEF coinvolge prevalentemente manufatti prefabbricati maturati a vapore, ma anche strutture gettate in opera e maturate a temperatura ambiente per le quali non è possibile invocare il meccanismo della decomposizione termica dell’ettringite primaria (ipotesi i);
  • il degrado da DEF è stato registrato anche in strutture in calcestruzzo con aggregati calcarei (privi quindi di silice alcali – reattiva) e non sollecitate a fatica (ipotesi ii), come per esempio le traversine ferroviarie stoccate in piazzale in attesa di entrare in servizio;
  • il degrado da DEF, praticamente assente fino agli anni ‘70, ha cominciato a manifestarsi negli anni ‘80 mentre la maturazione a vapore è stata sempre impiegata ben prima degli anni ‘70; per contro, a partire dagli anni ‘80 sono stati registrati aumenti di impurità solfatiche nel clinker probabilmente correlabili con l’impiego nel forno di cottura di combustibili più economici ma più ricchi in zolfo.

D’altra parte, se è vero che a partire dagli anni ‘80 è andato aumentando il contenuto di solfato nel clinker, è pur vero che le strutture danneggiate da DEF rappresentano una ridottissima minoranza rispetto alla stragrande maggioranza di strutture integre. Pertanto, debbono esistere altre concause – accanto al maggior tenore di solfato nel clinker – nel determinare il degrado da DEF, la più importante delle quali è l’insorgere di microfessure provocate talvolta dallo stesso processo produttivo. Per esempio, nel caso delle traversine ferroviarie in c.a.p., il livello di sollecitazione provocato dalla precompressione stessa provoca la formazione di microfessure – non rilevabili a occhio nudo, ma evidenziabili con l’ausilio di un microscopio ottico da campo – all’interno delle quali avviene il deposito di ettringite ritardata con conseguente allargamento delle iniziali microfessure e formazione di macrofessure molto pericolose.Secondo un modello olistico – cioè che tenga conto di tutte le varie concause che determinano il degrado da DEF – il fenomeno è imputabile alla coesistenza di tre elementi:

  • presenza di eccessivo solfato nel clinker (SO3 > 1%);
  • formazione di microfessure determinate da escursioni igrotermiche, carichi dinamici in servizio, eccessive sollecitazioni in fase di precompressione, ecc..
  • esposizione all’umidità, sia pure in modo discontinuo, delle strutture microfessurate.

E’ sufficiente prevenire almeno uno di questi elementi per eliminare il rischio di degrado da DEF.Se ciò non avviene, gli ioni SO4-2 provenienti dal clinker diffondono lentamente, insieme agli ioni Ca+2 ed Al+3, attraverso i pori del calcestruzzo saturi di acqua (in ambienti umidi) e depositano l’ettringite secondaria all’interno delle microfessure pre-esistenti (anch’esse sature di acqua) provocandone l’ulteriore allargamento ed innescando il degrado delle strutture.

 

Fessurazione del calcestruzzo: ingresso degli agenti aggressivi

LA FESSURAZIONE INSIDIA LA DURABILITÀ

Una struttura in calcestruzzo fessurata molto spesso non è più in grado di garantire il servizio al quale era stata destinata: per esempio, una trave in calcestruzzo normale, una volta che si è fessurata, non è più in grado di sopportare le sollecitazioni flessionali in servizio. Proprio per questo, da molto tempo, il calcestruzzo normale è stato rinforzato con i ferri di armatura che sopperiscono alle intrinseche deficienze strutturali del conglomerato, ed in particolare alla tendenza di questo materiale a fessurarsi sotto l’azione di sollecitazioni di trazione e flessione neppure rilevanti. Se le armature metalliche hanno risolto brillantemente i problemi strutturali del calcestruzzo quando è sottoposto ai carichi statici e dinamici in servizio, esse non hanno però risolto l’altro problema connesso con la fessurazione: la durabilità della struttura.Val la pena di ricordare che le armature metalliche, sapientemente disposte dal progettista, possono eliminare la frattura ed il conseguente collasso della struttura. Esse possono, inoltre, ridurre l’ampiezza di un’unica macrofessura, che si verificherebbe in un calcestruzzo non armato, in tante microfessure di ampiezza minore. Rimane il fatto, però, che il calcestruzzo, ancorché armato, è suscettibile di fessurarsi, magari in forma di micro anziché di macro-fessure (Fig. 1). Ed è questo il problema, ancora irrisolto, che rimane da affrontare in relazione alla durabilità.La durabilità – cioè la capacità di durare nel tempo, ma non all’infinito, alle aggressioni ambientali – viene oggi convenzionalmente assicurata per non più di 50 anni, purché si adotti un copriferro sufficientemente spesso ed un rapporto acqua/cemento (a/c) sufficientemente basso per impedire agli agenti aggressivi dell’ambiente di entrare all’interno del calcestruzzo, e purché siano rispettate alcune regole fondamentali – spesso, però disattese nella pratica – di assicurare un minimo di stagionatura umida soprattutto dopo una precoce scasseratura (si veda l’articolo “Durabilità del calcestruzzo armato” disponibile sul sito www.encosrl.it è l’ABC del calcestruzzo). Tuttavia, soprattutto in strutture con grande estensione superficiale rispetto alla massa, come si verifica per i pavimenti o le volte sottili, un calcestruzzo non è durabile – anche se confezionato con basso rapporto a/c – se presenta fessure o anche solo microfessure (cioè non visibili a occhio nudo ma rilevabili con microscopio ottico : < 100 mm). Infatti, l’obiettivo di ridurre la macroporosità della matrice cementizia e quindi l’accesso degli agenti aggressivi mediante la riduzione del rapporto a/c, può essere completamente vanificato dalla presenza di fessure o microfessure attraverso le quali gli agenti aggressivi possono penetrare nonostante una densa e compatta matrice cementizia. L’aspetto più preoccupante nell’aggressione ambientale, perpetrata attraverso i cammini preferenziali rappresentati dalle fessure e microfessure, riguarda proprio i ferri di armatura particolarmente esposti al rischio di prematura corrosione per l’ingresso di aria umida, e quindi di un gas che permea facilmente le fessure ma anche le invisibili microfessure. Nel giro di qualche anno l’incipiente corrosione dei ferri prima farà apparire le macchie di ruggine in corrispondenza delle microfessure, successivamente tramuterà le micro in macrofessure ed infine provocherà il distacco del copriferro a causa dell’aumento di volume delle armature per effetto della corrosione promossa dalla carbonatazione. Insomma, il confezionamento di un calcestruzzo di qualità, con un basso rapporto a/c in conformità alle normative, è condizione necessaria, ma non sufficiente per garantire la durabilità di una struttura, soprattutto se l’aspettativa di durabilità va ben oltre i 50 anni previsti dalla normativa europea . Se questa aspettativa si protrae per qualche secolo, come pure sarebbe lecito attendersi per opere di alto valore architettonico e di grande interesse sociale, è assolutamente indispensabile controllare, se non eliminare, il quadro fessurativo e micro-fessurativo del calcestruzzo.           Fig. 1 – Fessurazione provocata da escursioni termo-igrometriche

FESSURAZIONE E RIGIDITÀ

Quali sono le principali cause che determinano nel calcestruzzo un’elevata tendenza alla fessurazione anche in assenza di carichi statici e dinamici in servizio? Sono fondamentalmente due: una scarsa resistenza (Rt) alle sollecitazioni di trazione (st ); un elevato modulo elastico (E) cioè una scarsa deformabilità soprattutto al momento della rottura sostanzialmente fragile.Se una struttura è sollecitata con una tensione (st ) che supera la resistenza (Rt), il calcestruzzo, come ogni altro materiale, si fessura. Ovviamente occorrerà evitare che si verifichi questa diseguaglianza:

st > Rt

      Noto il valore di Rt (di solito molto basso: 1-7 N/mm2) si deve fare in modo che le sollecitazioni statiche o dinamiche in servizio non inducano sforzi maggiori di Rt , pena la fessurazione del calcestruzzo. Con più difficoltà, invece, si potrà evitare le insidie che si nascondono nelle deformazioni di origine igrometrica o termica che, se impedite o comunque ostacolate, di fatto si tramutano in tensioni. Si consideri, per esempio, una lastra di calcestruzzo appoggiata su terreno. Si supponga che – per effetto dell’ambiente insaturo di umidità, e del conseguente asciugamento del calcestruzzo – la lastra subisca un ritiro igrometrico ei. Se non esistesse alcun vincolo alla contrazione, se per esempio non ci fosse alcun attrito tra calcestruzzo e terreno, la lastra si accorcerebbe di ei senza alcuna conseguenza negativa. Se, all’opposto, la lastra è del tutto impedita nell’accorciamento, essa è costretta a rimanere nella sua posizione originale sotto l’azione di una tensione di trazione st, calcolabile in prima approssimazione, con la legge di Hooke:

st = E ei   [1]

In sostanza, per una data contrazione da ritiro igrometrico (ei ), la tensione di trazione (st), indotta proprio dall’impedimento alla contrazione, diventa tanto maggiore, quanto più alto è il modulo elastico (E) del calcestruzzo.

Fig. 2 – A parità di sviluppo della resistenza meccanica a trazione (Rt), ed a parità di ritiro (ei), la fessurazione avviene sono nel calcestruzzo B dotato di maggior modulo elastico EB, non appena la tensione (st) indotta dal ritiro impedito, supera la resistenza a trazione (Rt)

Due calcestruzzi (A e B), dotati di moduli elastici diversi (EA < EB), ma con stessa resistenza a trazione Rt, (Fig. 2), potrebbero comportarsi – dal punto di vista fessurativo – in modo completamente diverso nei confronti delle tensioni indotte dallo stesso ritiro igrometrico (ei ). Infatti, per il calcestruzzo A, meno rigido, la stA indotta potrebbe risultare inferiore alla resistenza Rt, mentre per il calcestruzzo B più rigido (EB > EA ) la stB indotta potrebbe superare Rt e provocare, quindi la fessurazione del materiale:

stB = EB· ei > Rt > stA = EA · ei                [2]

      In generale i valori di E, di ei e di st che si riscontrano normalmente nei calcestruzzi dovrebbero portare ad una situazione come quella indicata in Fig. 1 per il calcestruzzo B. In altre parole ci si dovrebbe aspettare una fessurazione indotta da ritiro in quasi tutte le strutture. Poiché, però, fortunatamente ciò non accade, vuol dire che la tensione indotta dal ritiro, calcolata secondo l’equazione [2] è in realtà attenuata da un concomitante fenomeno che riduce di fatto la contrazione da ritiro ei . Questo fenomeno è individuabile nella deformazione viscosa o creep (ec) generata dall’insorgere della stessa tensione di trazione st consistente in un allungamento (ec) e quindi di segno opposto al ritiro. Insomma, se la contrazione ei genera una tensione st, quest’ultima a sua volta produce un rilassamento del materiale attraverso un allungamento viscoso ec di segno opposto ad un allungamento ei . E’ come se l’equazione [2] diventasse:

st = E(ei – ec)             [3]

La Fig. 3 riassume i concetti sopra esposti mostrando comparativamente il comportamento del calcestruzzo B: nella ipotesi che ci sia l’allentamento della tensione a causa del creep la fessura non si manifesta. In sostanza, per non avere fessure occorrerebbe un calcestruzzo con alta resistenza, basso ritiro e soprattutto con basso modulo elastico (su una elevata deformazione viscosa, ec, che pure ridurrebbe la tensione di trazione st, è meglio non contare per evitare altri problemi: per esempio rilassamento dello stato di coazione nel calcestruzzo precompresso). Insomma è il sogno di tutti i ricercatori, i tecnologi e i progettisti: inventare, sviluppare ed impiegare un calcestruzzo resistente, ma poco rigido, cioè con modulo elastico così basso da poter praticamente annullare le tensioni di trazione che insorgono per effetto del ritiro igrometrico e della contrazione termica; e più in generale per cancellare le differenze nello stato tensionale che insorgono per effetto delle diverse variazioni dimensionali generate da gradienti igrometrici o termici.Si pensi, per esempio, alla situazione di una struttura esposta alle escursioni termiche ed igrometriche ambientali: queste escursioni, di carattere giornaliero e stagionale, provocheranno una lenta ma progressiva microfessurazione sull’epidermide del calcestruzzo proprio per la sua rigidità e per effetto delle differenze di temperatura e di umidità rispetto agli strati più interni e quindi più protetti dalle escursioni termo-igrometriche. Questo meccanismo, che è alla base della microfessurazione iniziale, è il precursore del degrado a lungo termine, soprattutto nelle armature metalliche protette da un copriferro di inadeguato spessore.

UNA PELLE ELASTICA SUL CALCESTRUZZO RIGIDOPer ritornare al sogno di un calcestruzzo poco rigido, che annullerebbe in un sol colpo gran parte dei problemi della fessurazione e della durabilità a lungo termine, esso è stato in parte risolto impiegando come ingrediente aggiuntivo – oltre a quelli tradizionali (cemento, inerti) – un polimero elastomerico: una sorta di gomma sintetica, dispersa in forma di particelle finemente suddivise in un mezzo acquoso (lattice) da impiegare al posto della normale acqua di impasto. Grazie a questa aggiunta, il modulo elastico del sistema polimero-cemento diventa minore di 1000 N/mm2, contro un valore tipicamente compreso tra 20000 e 40000 N/mm2 per i più rigidi sistemi cementizi tradizionali. Esistono, però, due limiti a questa strategia: il costo elevato del componente elastomerico rispetto agli altri ingredienti tradizionali che ne rende proibitivo l’impiego massiccio nel calcestruzzo; la diminuzione di resistenza meccanica a compressione che accompagna la diminuzione del modulo elastico. Per questo motivo il sistema polimero-cemento è finora impiegato in forma di malta da applicare come rivestimento sottile (circa 2 mm), duttile, flessibile, e capace di impermeabilizzare, come una guaina elastica su misura, il substrato rigido in calcestruzzo. Una delle proprietà maggiormente studiate ed apprezzate per questi rivestimenti elastici è la cosiddetta crack-bridging-ability, cioè la capacità di formare un “ponte” elastico ed integro sulle inevitabili fessure della sottostante struttura in calcestruzzo rigido (Fig. 4). In sostanza, una pelle elastica può sopperire alla rigidità del substrato in calcestruzzo ed alla sua suscettibilità alla microfessurazione causata da carichi statici o dinamici in servizio, oppure indotta dalle variazioni termo-igrometriche dell’ambiente. Un sottile (2 mm) rivestimento flessibile con le caratteristiche elastiche sopra descritte, dovrebbe sempre completare la finitura superficiale di una nuova costruzione in calcestruzzo armato la cui attesa di vita in servizio supera i 50 anni.Fig.3 – Effetto del creep (ec) sull’allentamento della tensione st indotta dal ritiro (ei): la curva della tensione (stB) supera quella della resistenza (Rt) in assenza di creep; la tensione (st), in presenza di creep, si attenua e non si verifica la fessurazione o si verifica a tempi più lunghi. Fig. 4-Trave armata sollecitata a flessione: le fessure del substrato in calcestruzzo sono coperte dal rivestimento flessibile in superficie. 

COME DISTRIBUIRE LE FESSURE CON I GIUNTI DI CONTRAZIONE

La formazione di fessure provocate dal ritiro igrometrico è distribuita in forma casuale e irregolare. Esiste, tuttavia, una tecnologia grazie alla quale le fessure possono essere convogliate in forma predeterminata e non pericolosa per l’ingresso degli agenti aggressivi. Questa tecnologia, particolarmente applicata nei pavimenti industriali, si basa sulla protezione del calcestruzzo dalla evaporazione per qualche giorno finché esso non è indurito. Si procede quindi al taglio della superficie della struttura per ridurre lo spessore della sezione di circa un terzo e a sigillare le fessure provocate dal taglio. Quando, a seguito della evaporazione dell’acqua, il calcestruzzo subisce il ritiro igrometrico si verifica la completa rottura nella sezione sottostante il taglio del giunto di contrazione per effetto del minore spessore del calcestruzzo al di sotto del giunto.

UN CALCESTRUZZO A RITIRO COMPENSATO

Il modo più efficace per eliminare le fessure provocate dal ritiro igrometrico si basa sull’impiego di un composto capace di espandere nel calcestruzzo indurito dove la presenza dei ferri di armatura trasforma l’espansione del calcestruzzo in uno stato di compressione. Uno dei composti espansivi più impiegati a questo scopo è il CaO cotto ad alta temperatura (1000 °C) in modo che la sua trasformazione in Ca(OH)2 per reazione con l’acqua di impasto si completi in circa due giorni quando cioè il calcestruzzo è indurito. Se si impiegasse il normale CaO cotto a 800 °C per produrre la calce idrata la sua espansione si esaurirebbe in poche ore, quando il calcestruzzo è ancora plastico, e quindi non sarebbe capace di instaurare alcuno stato di compressione. Nella pratica il CaO espansivo è associato all’additivo SRA (Shrinkage Reducing Admixture) in modo da incrementare l’effetto espansivo e ridurre il successivo ritiro in modo da mantenere il calcestruzzo in un permanente stato di compressione. Uno straordinario esempio di questa tecnologia è rappresentato dal MAXXI (Museo dell’Arte del XXI secolo) di Roma progettato dall’Architetta Zaha Hadid che prevedeva “onde” piegate e curve di calcestruzzo lunghe centinaia di metri prive di fessure in assenza di giunti di contrazione (Fig. 5).Fig. 5. Vista del MAXXI di Roma 

Gelo e disgelo del calcestruzzo

Nel degrado provocato dal gelo (Fig.1), cioè dalla formazione del ghiaccio, e più esattamente dall’aumento del volume (9%) che accompagna questo processo, l’acqua agisce da responsabile diretta del degrado. Infatti, il ghiaccio si forma, e può danneggiare il calcestruzzo, solo se è presente l’acqua all’interno dei pori della matrice cementizia o di quelli dell’aggregato lapideo. Al contrario, il calcestruzzo non si danneggia anche se possiede un certo grado di saturazione (volume di acqua/volume dei pori) purché questo sia inferiore ad una determinata soglia definita “saturazione critica”.Fig. 1 – Degrado di un’opera stradale per effetto dei cicli di gelo-disgelo

SATURAZIONE CRITICA

Teoricamente la saturazione critica è calcolabile dall’aumento di volume (9%) che accompagna la transizione di stato dell’acqua liquida in ghiaccio. Se in un recipiente chiuso di 100 litri fossero presenti 91.7 litri di acqua liquida (pari cioè al 91.7% del volume totale), la completa formazione di ghiaccio potrebbe avvenire riempiendo tutto il volume disponibile senza provocare teoricamente alcuna tensione nel contenitore:91.7 + 0.09 • 91.7 = 100L’aumento di volume (9% di 91.7 litri), potrebbe, infatti, essere allocato nel volume inizialmente vuoto del contenitore senza alcuna tensione per quest’ultimo. Ancora più sicura potrebbe essere la situazione – in caso di formazione di ghiaccio – se il volume dell’acqua iniziale fosse minore del 91.7%: in questo caso, anche dopo la completa solidificazione dell’acqua, il contenitore non verrebbe completamente riempito dal ghiaccio. Se, invece, in un contenitore da 100 litri l’acqua liquida occupasse un volume maggiore di 91.7 litri (per esempio 95 litri), l’aumento di volume determinato dalla completa formazione di ghiaccio (9% di 95 litri = 8.55 litri) sarebbe maggiore del volume di vuoto inizialmente disponibile (5 litri) con conseguenti tensioni sul contenitore. Da ciò si evince che, nel caso del contenitore, la “saturazione critica” rappresenta la percentuale di volume occupato dall’acqua liquida, rispetto al volume del recipiente, oltre la quale la completa formazione di ghiaccio determina tensioni nel contenitore stesso. La rottura o meno del recipiente dipenderà da altri fattori, che includono le caratteristiche del materiale (resistenza meccanica e rigidità) con cui è costruito il contenitore e la percentuale di riempimento del recipiente con acqua, rispetto al valore della saturazione critica.

IL RUOLO DELLA POROSITA’

Il concetto della saturazione critica – come soglia di rischio in caso di formazione di ghiaccio – può essere esteso, in prima approssimazione, alle strutture costituite con materiali caratterizzati da porosità continua ed aperta, e quindi esposti alla saturazione con acqua, per esempio in caso di pioggia. In questo caso, ovviamente, la saturazione critica andrebbe intesa come volume di acqua riferita non già al volume di tutta la struttura ma a quello dei vuoti in essa distribuiti. In pratica, però, in una struttura di calcestruzzo – anche se il grado di saturazione d’acqua nei pori risultasse inferiore alla saturazione critica del 91.7% – potrebbero insorgere egualmente, in caso di gelo, tensioni provocate dalla formazione di ghiaccio. Ciò potrebbe avvenire se l’acqua fosse distribuita, come spesso avviene nella realtà, in modo disuniforme e quindi in modo da creare localmente una saturazione d’acqua superiore a quella critica, ancorché nella sua globalità – cioè considerando i vuoti di tutta la struttura – la saturazione critica non sia raggiunta.In sostanza, per calarci ancor più nella realtà, in un pavimento o in muro ciò che conta – ai fini del degrado provocato dalle tensioni che insorgono a seguito di una gelata – è la saturazione con acqua della parte corticale. Se in questa zona si è superata la saturazione critica, in seguito ad una pioggia, una eventuale successiva gelata potrà provocare danni per formazione di ghiaccio nei pori della zona corticale ancorché il contenuto d’acqua nella parte più interna del pavimento o del muro risulti inferiore alla saturazione critica. D’altra parte, da un punto di vista pratico occorre considerare che, a differenza di ciò che avviene durante la formazione di ghiaccio dentro un contenitore chiuso, nel caso di strutture in materiale poroso esposte al gelo, l’acqua non ancora congelata viene sospinta, per l’aumento di volume che si determina in quella congelata, verso porosità interne insature di acqua o verso i pori che si affacciano all’esterno. Questa sorta di drenaggio allevia le tensioni che insorgono per la formazione di ghiaccio in una parte localizzata della struttura, ed il fenomeno è favorito dai macropori (quelli con sezione maggiore di 100 mm) ed ostacolato, ovviamente, da pori di minor diametro.Fig. 2 – Matrice cementizia nella quale sono disperse microbolle d’aria.Occorre, infine, tener conto che all’interno dei micropori (con sezioni inferiori a 0.1 mm) i primi nuclei cristallini di ghiaccio non possono formarsi a meno che la temperatura non si abbassi ben al di sotto di 0°C.Da quanto sopra illustrato emerge che i pori “più a rischio”, per quanto attiene il danno provocato dal gelo di un materiale poroso esposto all’acqua, sono quelli con dimensione compresa tra 100 e 0.1 mm ed in particolare quelli con diametro di qualche µm.Fig.3 – Influenza dello spacing sul fattore di durabilitàIn sostanza, (a causa della complessa influenza della dimensione dei pori sulla formazione di ghiaccio e sulle sue conseguenze) è difficile prevedere il comportamento del calcestruzzo nei confronti del gelo soltanto conoscendo il volume della porosità totale ed il suo grado di saturazione con acqua. Ciò non di meno, esistono principi pratici e precisi – ancorché talvolta di non facile applicazione – per la produzione di calcestruzzi resistenti al gelo e per il controllo preliminare (su calcestruzzo fresco) o postumo (su calcestruzzo indurito) del suo comportamento.

CALCESTRUZZO RESISTENTE AL GELO

Questi principi sono sostanzialmente incentrati su tre regole pratiche: a) ridurre la microporosità capillare (0.1 – 10 mm) della matrice cementizia ponendo un limite nel rapporto acqua-cemento (a/c); b) favorire la presenza di pori a grande dimensione (100-300 mm) in forma di bolle d’aria inglobate nella matrice cementizia; c) impiegare aggregato lapideo non gelivo, cioè capace di per sé, di resistere alla formazione di ghiaccio.Fig.4 – Provino di calcestruzzo non areato danneggiato dai cicli di gelo-disgelo.Per quanto riguarda la prima regola, essa va nella direzione della durabilità in genere e cioè di ridurre il rapporto a/c per ridurre la porosità capillare, e quindi di ostacolare l’ingresso di acqua piovana dall’ambiente all’interno del calcestruzzo. Un secondo beneficio, che deriva dall’adottare un rapporto a/c relativamente basso, consiste nella riduzione di acqua di impasto che, se eccessiva, rimane all’interno del calcestruzzo indurito ed è quindi potenzialmente congelabile. In pratica, secondo la norma UNI EN 206, il rapporto a/c di un calcestruzzo esposto al gelo non deve superare il valore di 0.55.La seconda regola è quella di inglobare nella matrice cementizia un elevatissimo numero di bolle d’aria del diametro di 100-300 mm (Fig. 2). La regola di inglobare bolle d’aria nel calcestruzzo appare giustificata – oltre che confermata dall’esperienza pratica di oltre mezzo secolo – dal fatto che, in occasione di una gelata, l’acqua non ancora congelata , che riempie i pori capillari, viene sospinta verso le bolle d’aria da parte di quella che si sta trasformando in ghiaccio con conseguente aumento di volume. Rispetto alla microporosità capillare della matrice cementizia, le bolle d’aria si comportano come vaste aree di parcheggio vuote pronte ad ospitare il traffico delle molecole d’acqua che saturano ed intasano il reticolo circostante costituito dalla fitta rete di pori capillari che si comportano come vicoli lunghi e stretti confluenti verso le aree di parcheggio (bolle d’aria). Le bolle d’aria, in sostanza, allentano la tensione che si instaurerebbe nei pori capillari della matrice cementizia per effetto della pressione idraulica generata dall’aumento di volume determinato a sua volta dalla formazione di ghiaccio. Perché le bolle siano funzionali allo scopo, occorre che il tragitto percorso dall’acqua non ancora congelata (attraverso i pori capillari della matrice cementizia fino ad arrivare nelle bolle d’aria) non sia eccessivamente lungo, pena l’aumento della pressione idraulica che cresce con il cammino percorso dall’acqua. Da qui l’esigenza di uno spacing – cioè di una spaziatura tra le bolle – limitato a qualche centinaio di mm.Nella Fig. 3 è mostrata l’influenza dello spacing sul fattore di durabilità di diversi calcestruzzi a parità di aria inglobata. Quando lo spacing, cioè la distanza tra le bolle, aumenta oltre il valore di 400 mm diminuisce fortemente la resistenza ai cicli di gelo-disgelo espressa attraverso il fattore di durabilità.Le bolle d’aria – che rimangono sempre vuote e si riempiono d’acqua solo per effetto della pressione idraulica in occasione della formazione di ghiaccio – fanno diminuire il grado di saturazione del calcestruzzo prima della gelata ad un livello inferiore alla saturazione critica. Nel periodo del disgelo, l’acqua ripercorre all’inverso il suo cammino per effetto della suzione capillare, portandosi dalle bolle di maggiore dimensione (100-300 mm) verso i micropori (0.01-10 mm) della matrice cementizia. Le bolle d’aria svuotatesi dall’acqua nel periodo del disgelo sono così pronte ad ospitare altra acqua nel successivo rigelo. In realtà, in questo andirivieni c’è il rischio che alcune particelle solide incoerenti, presenti nei pori capillari, vengano trascinate all’interno delle bolle d’aria riducendone progressivamente ed irreversibilmente la dimensione e quindi l’efficacia. Il volume totale delle bolle d’aria rispetto a quello del calcestruzzo deve essere di almeno il 4-6% per aggregati con diametro massimo di 50-20 mm ed il volume d’aria deve essere ancora maggiore (fino all’8%) per aggregati di minor dimensione.Da un punto di vista pratico, la formazione delle bolle d’aria avviene introducendo, nel calcestruzzo fresco, degli additivi capaci di modificare la tensione superficiale dell’acqua (tensioattivi) e di favorire la formazione delle bolle d’aria a seguito dell’agitazione dell’impasto in betoniera (agenti aeranti). Sempre dal punto di vista pratico, poiché è ormai consolidato il risultato di ottenere (con determinati agenti aeranti) bolle con dimensione e spaziatura adeguate, ci si può limitare solo al controllo dell’aria totale mediante porosimetri da campo per verificare, al momento sia della miscelazione che del getto, se il suo volume sia compreso o meno nell’intervallo richiesto (generalmente 4-6%). Se il volume d’aria fosse minore di quello programmato (cioè se il numero di bolle fosse inadeguato) la resistenza al gelo potrebbe essere compromessa. Se, d’altra parte, fosse maggiore un eccesso d’aria potrebbe provocare riduzioni impreviste nella resistenza meccanica, ma di questo si riparlerà più avanti.Fig.5 – Resistenza caratteristica in funzione del rapporto acqua/cemento di calcestruzzi con e senza aria inglobata

La terza regola impone l’impiego di aggregati di per sé non gelivi. Infatti, le bolle d’aria, che vengono inglobate e disperse solo nella matrice cementizia al momento della miscelazione del calcestruzzo fresco, non possono alleviare ovviamente le tensioni generate dalla eventuale formazione di ghiaccio nella porosità presente dentro gli aggregati.

IL CONTROLLO DELLA RESISTENZA AL GELOIl controllo preliminare che le suddette tre regole siano rispettate – in particolare che il calcestruzzo al momento del getto possegga il volume di aria richiesto – è essenziale per la produzione di un conglomerato resistente al gelo. Esiste, tuttavia, un metodo più diretto ancorché più laborioso per valutare a posteriori il comportamento del calcestruzzo indurito nei confronti dei cicli di gelo-disgelo (UNI 7087). Esso consiste nel misurare il modulo elastico dinamico (E) del calcestruzzo, attraverso la determinazione della velocità delle onde ultrasoniche nel materiale. Il valore di E viene registrato su un provino di calcestruzzo stagionato ma non ancora esposto al gelo (Eo), e viene rimisurato sistematicamente dopo aver esposto il calcestruzzo ad un certo numero di cicli (n) di gelo-disgelo (tra +5°C e -25°C). Il valore del modulo elastico (En) dopo n cicli, rispetto al valore iniziale Eo, dà un’indicazione del comportamento del calcestruzzo quando è esposto a cicli di gelo-disgelo. In particolare, il comportamento al gelo viene valutato attraverso il cosiddetto fattore di durabilità (fd) così definito:fd = (En/Eo) 100 (n/300)Il comportamento ai cicli gelo-disgelo è considerato accettabile se con n=300 (cioè dopo 300 cicli) il modulo elastico finale E300 conserva almeno l’80% del valore iniziale Eo. Per esempio, se dopo 300 cicli il modulo elastico è di 27000 N/mm2 contro il valore iniziale (Eo) di 30000 N/mm2, il fattore di durabilità sarà:fd = (27000/30000) 100 (300/300) = 90%In alcuni casi il provino è così degradato (Fig. 4) da dover interrompere la prova prima di arrivare al trecentesimo ciclo. In questi casi, la prova viene interrotta quando il valore En si riduce al 60% di Eo, ed il fattore di durabilità diventa:fd = 60 · (n/300)se ciò avviene, per esempio, in un calcestruzzo non aerato dopo 150 cicli (n=150) il valore di fd è pari a 30.

RESISTENZA AL GELO E RESISTENZA MECCANICA

La presenza delle bolle d’aria – nei quantitativi (4-6% in volume) previsti per la resistenza al gelo – comporta una riduzione della resistenza meccanica di circa il 20% rispetto al corrispondente calcestruzzo senza agente aerante. La Fig. 5 illustra come varia la resistenza meccanica caratteristica (Rck) del calcestruzzo (con cemento di classe 32.5) in funzione del rapporto a/c in assenza ed in presenza di un agente aerante. Nel secondo caso la curva Rcka/c risulta inferiore del 20% rispetto a quella del calcestruzzo senza aria inglobata. Si può notare che, con il cemento di classe 32.5 adottato, il valore di Rck, rispettando la prima e seconda regola per produrre calcestruzzo resistente al gelo (a/c = 0.55; aria = 4÷6%), è di circa 25 N/mm2. Se questo valore dovesse risultare inadeguato rispetto a quello richiesto dal progetto (per esempio Rck = 35 N/mm2) sarà sufficiente abbassare il rapporto a/c fino a quel valore (a/c=0.45) che – nonostante la perdita di resistenza (20%) provocata dalla presenza delle bolle d’aria – consente egualmente di conseguire l’obiettivo di Rck richiesto.In sostanza, in un calcestruzzo resistente al gelo per la presenza delle bolle d’aria il potenziale abbattimento di Rck rispetto al corrispondente calcestruzzo non aerato viene compensato rinforzando la matrice cementizia attraverso una riduzione nel rapporto a/c. Ciò comporta, in pratica, che a pari Rck un calcestruzzo aerato (resistente al gelo) richiede circa 30 Kg/m3 in più di cemento rispetto al corrispondente calcestruzzo non aerato (e non resistente al gelo). Il maggior costo del calcestruzzo aerato (non solo per l’agente aerante e per il 30 Kg/m3 di cemento, ma anche per la maggior cura richiesta nel controllo dell’aria inglobata) è largamente ricompensato dalla maggiore durabilità e quindi dai minori costi manutentivi in servizio. Tuttavia, per diverse ragioni, l’impiego di calcestruzzo aerato – ampiamente adottato in paesi con climi più freddi del nostro -dal Canada alla Svezia – trova difficoltà ad essere accettato nel nostro paese.

IL CALCESTRUZZO RESISTENTE AL GELO IN ITALIA

A guardare i dati sui consumi di agente aerante e quindi di produzione di calcestruzzo resistente al gelo in Italia (presumibilmente meno dell’1% di tutta la produzione), si dovrebbe concludere che il nostro paese sia dovunque e permanentemente ’O paese d’o sole. Forse lo è a Napoli, ma non certo a Bologna o a Torino, e tanto meno a Trento, Bolzano, L’Aquila o Potenza. A conferma di questa situazione è sufficiente notare le temperature invernali nelle varie regioni, e soprattutto registrare i consumi imponenti di sali disgelanti per sciogliere il ghiaccio sulla superficie delle nostre strade, autostrade, piste aeroportuali e pavimentazioni in genere. E allora perché questa disattenzione verso il calcestruzzo aerato resistente al gelo? I progettisti (nonostante le raccomandazioni della nuova normativa nazionale (UNI EN 206) per lo più lo ignorano e taluni lo rifiutano categoricamente. I produttori di calcestruzzo lo vedono come un maggiore onere nel controllo, che deve essere attento e costante e rinunciano a promuoverlo con impegno. Le imprese, se non viene prescritto, non sono disposte ovviamente a pagarne l’extra-costo. E così, per non spendere qualche euro in più sul calcestruzzo in opera, se ne spenderanno molti di più per il restauro. Che sia questa la vera spiegazione della idiosincrasia italiana per il calcestruzzo resistente al gelo? 

Hydration: Idratazione dei cementi

Se il calcestruzzo è un materiale da costruzione, lo deve al processo di idratazione (hydration) del cemento. Cioè a quel complesso sistema di reazioni chimiche tra il cemento e l’acqua, grazie al quale il calcestruzzo si trasforma da una massa inizialmente plastica, e quindi facilmente modellabile, in un materiale rigido e meccanicamente resistente come la pietra. Con il progredire della reazione chimica tra l’acqua e il cemento si manifestano due variazioni di tipo fisico-meccanico:- la prima consiste in una graduale perdita della lavorabilità iniziale del calcestruzzo fresco fino al tempo in cui l’impasto non è più modellabile (presa);- la seconda riguarda il successivo e progressivo aumento nella resistenza meccanica (indurimento).In realtà tra i due processi – presa e indurimento – non esiste soluzione di continuità, nel senso che la consistenza del materiale aumenta progressivamente passando da quella tipica di un fango, a quella di un terreno asciutto, ed infine a quella di una roccia sempre più compatta.       Fig. 1 – Andamento schematico degrado di idratazione dei silicati in funzione del tempo.Fig. 2 – Andamento schematico della resistenza meccanica a compressione dei silicati in funzione del tempo.La distinzione tra presa e indurimento attiene più agli aspetti pratici del processo produttivo che non a reali differenze nella cinetica del processo di idratazione: con l’inizio della presa termina (dopo una o più ore) il tempo a disposizione per poter mettere in opera e compattare il calcestruzzo; con l’inizio dell’indurimento (dopo 1 o più giorni a temperatura ambiente) diventa possibile disarmare le casseforme o rendere pedonabile la superficie di una pavimentazione, ancorché le prestazioni della struttura in servizio siano calcolate sulla base della resistenza meccanica a 28 giorni. 

 IL CEMENTO PORTLAND

Il cemento Portland, – la “madre” di tutti i cementi – è sostanzialmente costituito da clinker e gesso. Anche gli altri cementi sono sostanzialmente basati su questo binomio ancorché possa essere presente uno o più ingredienti accessori (pozzolana, cenere di carbone, loppa d’altoforno, ecc.).Nel clinker (il prodotto della cottura di una miscela di terre calcareo-argillose) sono presenti due silicati di calcio (circa l’80%) e due alluminati di calcio (circa il 20%). In linea di massima, i due alluminati (individuati dalle formule C3A vedi Nota 1 in fondo all’articolo e C4AF) contribuiscono, per reazione con l’acqua, al fenomeno della presa, mentre i due silicati (C3S e C2S) sono determinanti per l’indurimento. Per semplicità di esposizione si esaminerà prima il comportamento dei silicati e dopo quello degli alluminati. 

IDRATAZIONE DEI SILICATI

Se il cemento fosse costituito da solo C3S o C2S si registrerebbe un perfetto parallelismo tra il decorso nel tempo della reazione chimica di idratazione (Fig. 1) e quello dello sviluppo della resistenza meccanica (Fig. 2). Si può notare che il C3S, rispetto al C2S, è più rapido sia nel reagire con l’acqua (Fig. 1) sia nello sviluppare la corrispondente resistenza meccanica (Fig. 2). Tuttavia, per entrambi i silicati si registrano una reazione di idratazione ed una resistenza meccanica trascurabili durante le prime ore, così come si registra una pressoché identica resistenza meccanica elevata alle lunghissime stagionature (anni). Naturalmente, il diverso comportamento (chimico e prestazionale) del C3S e del C2S a 1 giorno, a 1 settimana ed a 1 mese dal getto comporta una sostanziale differenza dal punto di vista pratico, ove si pensi all’importanza della resistenza meccanica a pochi giorni dal getto (per rimuovere le casseforme) o a 28 giorni per la determinazione della resistenza meccanica caratteristica sulla quale si basano convenzionalmente i dati progettuali. Da ciò deriva che, in generale, in un cemento Portland la quantità di C3S è molto maggiore rispetto a quella del C2S (circa 3:1), salvo i casi eccezionali in cui le prestazioni a 1 e 28 giorni non sono così importanti (per es. nelle dighe dove si caratterizza il calcestruzzo a 90 o 180 giorni) e nel contempo esistono altre esigenze (ridotto sviluppo di calore) per preferire un cemento con maggior contenuto in C2S che non in C3S.Nella Fig. 1 è riportata la percentuale di C3S o C2S che ha reagito con l’acqua in funzione del tempo. Ma quale è il risultato di queste reazioni di idratazione? In entrambi i casi si formano due tipologie di prodotto: un silicato di calcio idrato (indicato con la sigla C-S-H vedi Nota 2 in fondo all’articolo) e l’idrossido di calcio, Ca(OH)2 indicato anche con la formula CH secondo lo schema di reazione [1]:C2S                       v1+ H2O  =======> C-S-H + CH                                             [1]C3S                      v2 Fig. 3 – Idratazione schematica del C3S o C2S: subito dopo il mescolamento con acqua (A),inizio della presa (B) e durante l’indurimento (C).In realtà il processo di idratazione [1] avviene con una velocità (v1) minore se si tratta del C2S, e maggiore (v2>v1) se si tratta del C3S. Inoltre, la quantità di calce prodotta per idratazione (CH) è maggiore se riferita all’idratazione del C3S (30-40%) che non a quella del C2S, meno ricco di calcio (10-15%). Tuttavia, la reazione chimica [1], da sola, non è in grado di spiegare perché una pasta di C3S o di C2S (e quindi di cemento Portland) si trasforma gradualmente dalla iniziale massa plastica ad un materiale rigido e duro come una pietra. In realtà, tra i due prodotti della reazione, solo il C-S-H è determinante per l’indurimento, mentre la calce contribuisce in modo trascurabile a questo processo. Il C-S-H, ancorché si presenti in forme particellari diverse, è di natura prevalentemente fibrosa. Con il progredire della reazione [1], le fibre di C-S-H formatesi sui granuli di C3S o C2S adiacenti, prima si toccano e poi si intrecciano tra loro. Nella Fig. 3 sono schematicamente illustrati tre stadi del processo di idratazione: subito dopo il mescolamento quando la reazione non è ancora sostanzialmente partita ed il sistema è relativamente fluido (A); l’inizio della presa quando le fibre cominciano a toccarsi tra loro ed il sistema perde la sua plasticità iniziale (B); l’indurimento in atto quando le fibre, allungatesi per la progressiva idratazione dei silicati, si intrecciano tra loro e provocano l’irrigidimento del sistema.Le microfotografie della Fig. 4 mostrano la situazione reale di una pasta di C3S, al momento della presa e a indurimento avvenuto, così come è rilevabile con l’ausilio del microscopio elettronico a scansione. Si può notare, nella foto della Fig. 4, come tra le fibre esistano micro-cavità diffuse (denominate “pori capillari”) che influiscono negativamente tanto sulla resistenza meccanica quanto sulla durabilità del materiale: maggiore porosità significa maggiore permeabilità, e quindi maggiore penetrabilità del sistema cementizio da parte degli agenti aggressivi. Per ridurre la porosità capillare, e quindi aumentare sia la resistenza meccanica sia la durabilità, si può: ridurre – a parità di cemento (c) – il quantitativo di acqua (a) oppure – a parità di acqua – aumentare il cemento. In entrambi i casi si riduce il rapporto a/c e quindi si predispone un intreccio più densificato delle fibre (Fig. 5). 

IL RUOLO DELLA CALCE

Sebbene la calce, prodotta per idratazione dei silicati secondo la reazione [1], non contribuisca di per sé allo sviluppo della resistenza meccanica per la sua morfologia non-fibrosa, tuttavia essa giuoca un ruolo altamente positivo da due altri punti di vista:

  1. a) produzione dei cementi pozzolanici e d’altoforno;
  2. b) protezione dei ferri di armatura dalla corrosione.

Il primo aspetto riguarda la possibilità di far contribuire anche la calce al processo di indurimento mediante l’aggiunta di pozzolana o loppa d’altoforno. Quest’ultima e ancor più la pozzolana sono caratterizzate dalla presenza di silice (amorfa) capace di reagire con la calce, prodotta per idratazione dei silicati, e di formare ulteriore C-S-H*:Il C-S-H* formatosi per la reazione pozzolanica (e qui contraddistinto con un asterisco) è cronologicamente “secondario”, rispetto al quello “primario” (C-S-H) che si produce direttamente nell’idratazione dei silicati. Esso si forma, cioè successivamente, a tempi più lunghi, perché la reazione pozzolanica [2] è più lenta del processo di idratazione [1], ma anche perché la sua formazione richiede che prima si accumuli un po’ di calce attraverso la reazione [1]. A seguito della duplice formazione di C-S-H (“primario”) e di C-S-H* (e “secondario”) in una pasta di cemento pozzolanico o d’altoforno stagionata a lungo, il sistema risulta più ricco in materiale fibroso e quindi meno poroso rispetto ad una pasta di cemento Portland a parità di rapporto a/c.Il secondo aspetto, che riguarda la protezione dei ferri di armatura, si basa sulla osservazione che in un ambiente basico, come quello che si produce nell’acqua satura di calce che riempie i pori capillari (pH = 13), il ferro risulta ricoperto da un film di ossido ferrico denso e compatto (passivazione) che lo protegge dalla corrosione (produzione di ruggine in presenza di umidità e ossigeno). Quando per effetto della carbonatazione (neutralizzazione della calce di idratazione da parte della CO2 penetrata dall’aria all’interno del calcestruzzo), il CH è completamente trasformato in CaCO3, il pH scende al di sotto di 9 e viene a mancare l’ambiente fortemente basico indispensabile alla condizione della passivazione dei ferri. Da questo punto di vista, i cementi pozzolanici e d’altoforno – che perdono progressivamente calce per effetto della reazione pozzolanica e produzione di C-S-H* secondario secondo la reazione [2] – sono potenzialmente più a rischio perché gli effetti della reazione pozzolanica si sommano a quelli della carbonatazione, favoriscono la scomparsa della calce e quindi la depassivazione dei ferri. In realtà – a parte i casi in cui si adotti un elevato rapporto a/c (> 0.60) – anche i cementi pozzolanici e d’altoforno si comportano molto bene nella protezione dei ferri dalla corrosione promossa dalla carbonatazione. Ciò dipende sostanzialmente da due situazioni entrambe favorevoli alla conservazione dello strato passivato dei ferri:

  1. a) la maggiore produzione di C-S-H (“primario” e “secondario”) nei cementi pozzolanici e d’altoforno favorisce la formazione di una matrice cementizia meno porosa e quindi meno penetrabile dalla CO2;
  2. b) per quanto la calce di idratazione reagisca con la pozzolana o la loppa secondo lo schema della reazione [2], ne rimane sempre una piccola quantità sufficiente a saturare egualmente la soluzione acquosa che riempie i pori capillari; infatti la solubilità della calce in acqua è di circa 1.5 g/l, e pertanto è sufficiente pochissimo CH per mantenere satura di calce l’acqua residua che riempie i pori capillari.

            Fig. 4 – Pasta del C3S al momento della presa (a sinistra) e dell’indurimento (destra). 

L’IDRATAZIONE DEGLI ALLUMINATI

Il C3A ed il C4AF (necessari per diminuire la temperatura di cottura del clinker e rendere ragionevolmente basso il costo di produzione del cemento) giuocano un ruolo determinante nelle prime ore di reazione tra acqua e cemento:C4AF                     v3+ H2O  =======> C-A-H                                              [3]C3A                      v4Fig. 5 -A parità di cemento, il sistema con meno acqua (cioè con il minor rapporto a/c) risulta meno poroso.dove C-A-H è la generica sigla che rappresenta una famiglia di prodotti di idratazione degli alluminati (Calcium-Aluminate-Hydrated): C3AH6, C2AH8, C4AH13, ecc. A differenza di quanto avviene per i silicati (Fig. 1-2), il C4AF e soprattutto il C3A reagiscono rapidamente con acqua (Fig. 6) senza tuttavia contribuire significativamente allo sviluppo della resistenza meccanica se si eccettua un rapido ma piccolo incremento durante le prime ore (Fig. 7).In sostanza alla rapida reazione degli alluminati con acqua (a velocità v3 per il C4AF e v4 per il C3A molto maggiore di quella v1 e v2 dei silicati) si accompagna una immediata perdita di plasticità (presa rapida), senza un rilevante incremento della resistenza meccanica (Fig. 7). Ciò dipende dalla morfologia dei cristalli di C-A-H, prevalentemente basata sulla presenza di lamine esagonali o cristalli cubici, e quindi poco favorevole, come avviene invece per i prodotti fibrosi C-S-H, allo sviluppo della resistenza meccanica. Fig. 6 – Andamento schematico del grado di idratazione degli alluminati in funzione del campo.Fig. 7 – Andamento schematico della resistenza meccanica a compressione degli alluminati in funzione del tempo. 

IL RUOLO DEL GESSO

        Per ovviare all’inconveniente della presa rapida (< 60 min) – impossibilità a trasportare e gettare il calcestruzzo fresco entro tempi ragionevolmente lunghi – si ricorre all’aggiunta del gesso (CaSO4 · 2H2O) o dell’anidrite (CaSO4) che hanno la specifica funzione di rallentare la velocità di idratazione degli alluminati rispetto a quella del processo [3]:C4AF                                       v3+ H2O+CaSO4·2H2O     =======> C3A·3CaSO4·H32                                                       [4]C3A                                         v4Come si può vedere nel processo di idratazione [4], la presenza di gesso o anidrite, come regolatore della presa, modifica non solo la velocità di reazione degli alluminati (v’3<v3; v’4<v4) , ma anche il prodotto della reazione: ettringite (C3A·3CaSO4·H32) anziché C-A-H. In realtà le due modifiche sono tra loro correlate, ancorché la correlazione non appaia esplicitamente dal semplice confronto del processo [3], senza gesso, con il processo [4] con il gesso. L’ettringite che si forma durante le prime ore di idratazione degli alluminati nel cemento è detta “primaria”, per distinguerla da quella “secondaria” che si può formare successivamente in talune sfavorevoli. La formazione di ettringite “primaria” ritarda l’idratazione degli alluminati (eliminando l’inconveniente della presa rapida ed instaurando la presa normale) in quanto si deposita sulla superficie del C3A e del C4AF in forma di pellicola impermeabile (in realtà un feltro fittissimo di fibre) ed impedisce temporaneamente il contatto dell’acqua con il C3A e del C4AF. La quantità di gesso che occorre per regolare la presa del cemento è vincolata – in tutte le normative del mondo – da un limite superiore (3.5% – 4% come SO3 a seconda dei cementi, pari a circa 7-8% di gesso). Infatti, un eccesso di gesso – e quindi di ettringite secondo il processo [4] – potrebbe comportare indesiderati fenomeni fessurativi per l’azione espansiva che accompagna la formazione di ettringite dirompente.Di fatto, la quantità di gesso effettivamente impiegata (gesso optimum) viene individuata sulla base di due fattori: da una parte occorre che il gesso ritardi sufficientemente la presa del cemento; dall’altra la morfologia fibrosa dell’ettringite contribuisce, molto più del C-A-H, allo sviluppo soprattutto iniziale della resistenza meccanica; pertanto la resistenza meccanica del cemento Portland è maggiore di quella del corrispondente clinker, purché l’aggiunta di gesso rimanga al di sotto dei vincoli percentuali sopra menzionati per impedire l’espansione dirompente nel calcestruzzo.Nota 1.  Nella chimica del cemento si adottano le seguenti formule abbreviate per individuare i composti chimici: C=CaO; A=Al2O3; F=Fe2O3; S= SiO2; H=H2O. Così la formula C3A sta per 3CaO·Al2O3 (o anche Ca3Al2O6), C3S corrisponde a 3CaO·SiO2 (o anche Ca3SiO5), C3AH6 indica 3CaO·Al2O3·6H2O, CH sta per Ca(OH)2.Nota 2. C-S-H non è in realtà una formula, ma piuttosto un acronimo inglese di Calcium Silicate Hydrated. Il C-S-H include una famiglia di prodotti (talvolta anche non ben individuabili per il loro carattere scarsamente cristallino) quali, per esempio, C3S2H3, C5S6H5, ecc. 

Lavorabilità del calcestruzzo fresco: influenza sul calcestruzzo in servizio

LAVORABILITÀ

Subito dopo il mescolamento dei suoi ingredienti, il calcestruzzo fresco – cioè nello stato plastico – deve essere trasportato, gettato e costipato. La lavorabilità è la caratteristica che indica la capacità del calcestruzzo fresco a muoversi ed a compattarsi. La mobilità del calcestruzzo è importante per facilitare il trasporto (per es: pompaggio), il getto (caduta per gravità lungo una canaletta) e l’avvolgimento dei ferri di armatura all’interno delle casseforme. La compattabilità, invece, è importante per agevolare, per effetto della vibrazione, la fuoriuscita dell’aria intrappolata dal calcestruzzo fresco ed assicurare, quindi, la massima densità possibile del materiale indurito, oltre che il massimo contatto superficiale tra ferri e calcestruzzo. A parità di sistema vibrante, in un calcestruzzo molto lavorabile l’aria intrappolata è facilmente espulsa, mentre in un calcestruzzo poco lavorabile possono permanere dei macrovuoti d’aria (vespai) che penalizzano successivamente la resistenza meccanica, l’aderenza ferro-calcestruzzo e la protezione dalla corrosione delle armature metalliche. Quindi la lavorabilità – una proprietà tipica del calcestruzzo fresco – finisce con il condizionare anche le prestazioni del calcestruzzo in servizio.Tuttavia, la prescrizione della lavorabilità è tanto spesso disattesa in sede di progetto, quanto diffusamente manipolata sul cantiere con penalizzanti ed improprie ri-aggiunte d’acqua.

QUALE LAVORABILITÀ?

La scelta della lavorabilità più appropriata del calcestruzzo è funzione del tipo di struttura (densità dei ferri di armatura, forma e dimensione delle strutture) e della particolare tecnica esecutiva. Pertanto, nessuno meglio del progettista dovrebbe conoscere le difficoltà di getto e scegliere la lavorabilità più appropriata. Ed invece, nella maggior parte dei casi, il progettista ritiene che siano altri (l’impresa) a doversi far carico della scelta di questo “banalissimo” parametro. Poiché, però, come si vedrà più avanti, la lavorabilità ha un costo, difficilmente l’impresa adotterà una maggiore lavorabilità (più affidabile per la struttura, ma anche più costosa) in assenza di una precisa specifica di capitolato ed adeguato controvalore.Nella Tabella 1 è mostrata indicativamente la lavorabilità più appropriata (in termini di classi di consistenza e slump) per alcune tipologie di strutture in calcestruzzo. Se si eccettuano alcune particolari tipologie strutturali, per le quali la tecnica esecutiva adottata (vibrofinitrice, o casseri rampanti) richiede necessariamente una classe di consistenza relativamente bassa (terra umida con la vibrofinitrice, e plastica con i casseri rampanti), per la quasi totalità delle opere in calcestruzzo gettato entro casseri la lavorabilità prescelta è compresa tra la classe di consistenza semifluida (S3) e quella superfluida (S5). In generale, maggiore è la densità dei ferri di armatura, maggiore deve essere la fluidità del calcestruzzo. Così pure una maggiore lavorabilità è richiesta per getti entro casseforme di strutture con ridotta sezione e/o con forma complessa che possano ostacolare il movimento del calcestruzzo ed il completo riempimento dei casseri. Peraltro, indipendentemente dalla tipologia di opera – fatta eccezione per quelle sopra menzionate nelle quali si richiede necessariamente una bassa classe di consistenza per la speciale tecnica esecutiva – una lavorabilità maggiore comporta una più rapida e semplice esecuzione. Per esempio, in una pavimentazione industriale un calcestruzzo a consistenza superfluida (S5) si mette in opera più rapidamente e quindi più produttivamente di quello a consistenza semifluida (S3), ancorchè entrambi siano reologicamente accettabili dal punto di vista esecutivo.

Classe di consistenza Slump (mm) Tipologia di struttura
S1 (terra umida) 10 – 40 Pavimenti messi in opera con vibrofinitrice
S2 (plastica) 50 – 90 Strutture circolari (silos, ciminiere) messe in opera con casseri rampanti
S3 (semifluida) 100 – 150 Strutture non armate o poco armate
S4 (fluida) 160 – 200 Strutture mediamente armate
S5 (superfluida) ³ 210 Strutture fortemente armate, di ridotta sezione e/o complessa geometria

Tabella 1 – Classe di consistenza richiesta per alcune tipologie strutturaliTuttavia, se un progettista tenesse conto della realtà della maggior parte dei cantieri – ed in particolare del livello di qualificazione della manodopera oggi disponibile – non potrebbe trascurare di specificare una classe di consistenza fluida o superfluida per rendere il getto più affidabile in quanto meno dipendente dalla qualità della manodopera sul cantiere.

LA LAVORABILITÀ HA UN COSTO

In un altro articolo (“Acqua di impasto del calcestruzzo: fatti e misfatti sui cantieri” disponibile sul sito www.encosrl.it è l’ABC del calcestruzzo:) si è mostrato che la lavorabilità aumenta all’aumentare dell’acqua di impasto (Regola di Lyse). Tuttavia, il solo aumento dell’acqua – senza un proporzionale incremento del dosaggio di cemento – fa aumentare il rapporto acqua/cemento (a/c) e penalizza conseguentemente le prestazioni meccaniche e di durabilità del materiale in servizio. Pertanto, se si vuole migliorare la lavorabilità attraverso l’aumento dell’acqua, senza penalizzare le prestazioni del calcestruzzo in servizio, occorre accompagnare l’aumento dell’acqua con un proporzionale aumento del quantitativo di cemento in modo da mantenere costante il rapporto a/c. Da ciò si evince che l’aumento della lavorabilità attraverso l’aumento dell’acqua, senza penalizzazione per le prestazioni meccaniche, comporta un maggior costo determinato dal maggior contenuto di cemento. In alternativa, il miglioramento della lavorabilità, sempre senza penalizzare le prestazioni del calcestruzzo in servizio, può essere conseguito con la scelta di un aggregato reologicamente più favorevole (maggior diametro massimo, di forma tondeggiante e di tessitura più levigata) e/o con l’impiego di additivi fluidificanti e soprattutto superfluidificanti capaci di migliorare la mobilità e la compatibilità del calcestruzzo. In realtà, quest’ultima soluzione è quella più diffusamente adottata per migliorare la lavorabilità del calcestruzzo, mentre l’impiego di aggregati reologicamente più favorevoli non sempre è realizzabile o per la indisponibilità locale del materiale o per i vincoli costruttivi (copriferro e sezione della struttura) che impongono l’adozione di aggregati con minor diametro massimo.Ad ogni modo, il conseguimento di una maggiore lavorabilità comporta un maggior costo (più cemento o impiego di additivi) del calcestruzzo. A fronte di questo maggior costo esistono tuttavia, due vantaggi per l’impresa nella messa in opera: uno di carattere economico e l’altro di carattere tecnico.

VANTAGGI PER L’IMPRESA

Il vantaggio economico consiste in un getto più rapido (quindi con maggiore produttività) ed in una compattazione meno impegnativa (quindi con un minor costo per la manodopera). Questo vantaggio economico nella messa in opera dovrebbe compensare il maggior costo, sostenuto dall’impresa, per il calcestruzzo fornito a fronte dalla sua maggiore lavorabilità. Da questo punto di vista occorre evidenziare come l’incremento di costo praticato dai produttori di calcestruzzo in relazione al passaggio da una classe di consistenza a quella successiva (da S3 ad S4 o da S4 ad S5) è spesso dettata da impostazioni commerciali completamente opposte: in alcuni casi si scoraggia, giustamente, l’impiego di calcestruzzi non lavorabili (spesso sottoposti a manipolazioni sui cantieri con penalizzanti riaggiunte d’acqua e conseguenti contestazioni) abolendo completamente dal listino i calcestruzzi con classe di consistenza inferiore alla S4 o applicando un prezzo uniforme per i calcestruzzi con classe di consistenza da S1 ad S4 e praticando un sovrapprezzo solo per il calcestruzzo superfluido (S5); in altri casi, al contrario, si scoraggia di fatto l’impiego di calcestruzzi lavorabili con sovrapprezzi eccessivi (talvolta di 20 euro per un solo salto di classe di consistenza) difficilmente giustificabili da un punto di vista tecnico, né economicamente accettabili da parte dell’impresa che sarà tentata, così, di ordinare calcestruzzi di bassa classe di consistenza per poi manipolarli con ri-aggiunte d’acqua sul cantiere. Una maggiore considerazione, da parte dei fornitori di calcestruzzo, nel calibrare il prezzo della lavorabilità, porterebbe sicuramente ad una maggiore attenzione, da parte dell’impresa, ai vantaggi economici derivanti dalla messa in opera di un calcestruzzo fluido: in altre parole, pur riconoscendo – per effetto della maggior classe di consistenza – un maggior prezzo ad 1 m3 di calcestruzzo alla bocca dell’autobetoniera, si dovrebbe, però, conseguire – per effetto della minore incidenza di mano d’opera e per la maggiore rapidità di getto – un minor costo per 1 m3 di calcestruzzo in opera rispetto ad un corrispondente conglomerato di pari resistenza caratteristica ma meno lavorabile.

AFFIDABILITÀ DELL’OPERA

Un calcestruzzo più lavorabile è anche meno dipendente dalla efficacia della compattazione in opera, cioè dalla qualità della manodopera sul cantiere: in sostanza, esso è più affidabile. Se si confrontano due calcestruzzi di pari composizione (in particolare di pari a/c e tipo di cemento), ma differenti solo per la classe di consistenza (S5 ed S2 per la presenza o meno di un additivo superfluidificante), si otterrà la stessa resistenza meccanica (in relazione allo stesso rapporto a/c ed allo stesso cemento) purché i due calcestruzzi siano vibrati per un tempo sufficientemente lungo (e variabile in relazione alla classe di consistenza) così da ottenere lo stesso grado di compattazione.Le Figure 1 – 3 riassumono il concetto sopra esposto di affidabilità. La Fig. 1 mostra come varia la resistenza meccanica a compressione in funzione del tempo di vibrazione subito dopo la messa in opera. Essa indica come con il calcestruzzo a consistenza superfluida (S5) si ottiene il 100% della massima prestazione meccanica purché si vibri per almeno 5 secondi. D’altra parte, con il calcestruzzo a minor consistenza (S2) si ottiene il massimo di prestazione (35 N/mm2) solo se la vibrazione è prolungata per oltre 25 secondi. Inoltre, in assenza di vibrazione la resistenza meccanica del calcestruzzo a consistenza superfluida (30 N/mm2) è pari all’86% del valore massimo ( 35 N/mm2), mentre quella del calcestruzzo a consistenza plastica in assenza di vibrazione (14 N/mm2) raggiunge appena il 40% del valore massimo conseguibile con una completa compattazione.Fig. 1 – Resistenza meccanica a compressione a 28 giorni per calcestruzzi con classe di consistenza S2 (senza additivo) ed S5 (con 0.8% di additivo superfluidificante).Tutto ciò sta ad indicare che, a parità di resistenza meccanica massima (35 N/mm2) ottenibile a compattazione completa, il calcestruzzo superfluido è molto più affidabile in quanto raggiunge questo valore di resistenza anche con tempi di vibrazione molto brevi e permette comunque di ottenere calcestruzzi quasi altrettanto resistenti (30 N/mm2) anche in assenza di qualsiasi vibrazione. Per contro, la resistenza meccanica del calcestruzzo a minor consistenza (S2) è fortemente dipendente dall’efficacia della vibrazione (cioè dalla qualità della manodopera sul cantiere) e può oscillare entro un ampio intervallo (14-35 N/mm2) a seconda del tempo di vibrazione (0-25 secondi).La Fig. 2 mostra visivamente la differenza di aspetto dei provini confezionati con calcestruzzi con classe di consistenza S5 ed S2, dopo essere stati induriti e sformati, in funzione del tempo di vibrazione, cioè in funzione del loro grado di compattazione. Nel calcestruzzo superfluido non si formano vespai se esso è vibrato o meno, ed i pochi difetti del calcestruzzo non vibrato scompaiono del tutto dopo appena 5 secondi di vibrazione. Nel calcestruzzo meno lavorabile (classe di consistenza S2) i “vespai” presenti nel calcestruzzo non vibrato scompaiono del tutto solo dopo una vibrazione prolungata di 25 secondi. Di nuovo, un calcestruzzo meno lavorabile è meno affidabile, in quanto è più dipendente dalla efficacia della compattazione al momento della messa in opera. Val la pena di ribadire che l’eventuale presenza di “vespai”, oltre a penalizzare la resistenza meccanica in situ della struttura ed il suo aspetto estetico, riduce considerevolmente la protezione del copriferro dalla corrosione dei ferri di armatura.Fig. 2 – Influenza della lavorabilità e del tempo di vibrazione sul facciavista del calcestruzzo

GRADO DI COMPATTAZIONE

Per quantificare a posteriori il grado di compattazione (gc) conseguito in un calcestruzzo gettato in opera si può ricorrere molto semplicemente alla misura della massa volumica di una carota estratta dalla struttura (mv) e confrontarla con quella del corrispondente calcestruzzo compattato a rifiuto (mvo) di un cubetto confezionato in corso d’opera:gc = mv/mvoIl valore mv è minore o al massimo eguale ad mvo, ed il rapporto tra questi valori indica il grado di compattazione che al massimo è eguale ad 1. Per esempio se la massa volumica di una carota priva di ferri estratta da un muro (o corretta nel suo valore per la presenza di eventuali ferri di armatura) è di 2250 kg/m3, e quella del corrispondente “cubetto” costipato “a rifiuto” è di 2300 kg/m3 (entrambi i valori essendo riferiti a calcestruzzi saturi di acqua a superficie asciutta), il grado di compattazione gc sarà:gc = 2250/2300 = 0.98Fig. 3 – Influenza del tempo di vibrazione sulla massa volumica e sul grado di compattazione di calcestruzzo a diversa consistenza (S2 ed S5).La Fig. 3 indica come il tempo di vibrazione influenza diversamente il grado di compattazione a seconda della lavorabilità del calcestruzzo: in quello superfluido (S5) pochi secondi di vibrazione portano il grado di compattazione da 0.98 al massimo valore di 1; in quello a consistenza plastica (S2) occorrono 25 secondi di vibrazione per aumentare il grado di compattazione da 0.80 al massimo valore di 1. Anche da questo punto di vista si conferma la maggiore affidabilità del calcestruzzo superfluido il cui grado di compattazione in opera (Fig. 3), come anche la sua resistenza meccanica (Fig. 1), dipendono molto meno dalla efficacia (o dal tempo) di vibrazione compattazione ugualmente elevato (0.98), come anche una resistenza meccanica (30 N/mm2) molto prossima a quella massima, per la capacità autocompattante del calcestruzzo superfluido.

“CUBETTI” e “CAROTE”

Val la pena di ricordare che nel confronto tra resistenza meccanica delle “carote” e quella dei provini cubici occorre anche tener conto dell’effetto forma: i provini cilindrici (e quindi anche le “carote”) con rapporto altezza/diametro di 2 presentano mediamente una resistenza meccanica non superiore all’80% di quella dei corrispondenti provini cubici a parità di tutte le altre condizioni (composizione, stagionatura e grado di compattazione). Pertanto, la resistenza meccanica delle carote deve essere divisa per 0.80 prima di essere confrontata con quella misurata sui provini a forma cubica.La differenza tra i valori di resistenza meccanica della “carota” e quella del “cubetto” è raramente tenuta in conto nelle specifiche di capitolato ed è causa di lunghissime contestazioni sulla responsabilità della deviazione allorquando si verifica la resistenza delle “carote” estratte dalla struttura. Per evitare queste spiacevoli sorprese sarebbe sufficiente specificare anche il grado di compattazione del calcestruzzo in opera per obbligare l’impresa ad un minimo di accuratezza in questa fase cruciale della messa in opera. Occorre, però, realisticamente tener conto che una struttura reale difficilmente potrà essere costipata con la stessa accuratezza con cui si può compattare il semplice “cubetto”. Pertanto, occorre, accettare una certa tolleranza nel grado di compattazione delle strutture purché esso venga specificato (per esempio: gc ³ 0.97).Occorre quindi, prendere atto che una certa riduzione di resistenza nella struttura rispetto al “cubetto” è inevitabile ed è comunque prevedibile in relazione al grado di compattazione specificato: per esempio, con gc = 0.97 il calo di resistenza previsto è di circa il 20%. Ciò significa, per esempio, che a fronte di una resistenza media dei cubetti di 35 N/mm2 (corrispondente ad una Rck di 30 N/mm2), la resistenza del calcestruzzo nella struttura si aggirerà sui 28 N/mm2, cioè 20% in meno rispetto a 35 N/mm2. Val la pena, infine, di osservare che in un calcestruzzo di bassa classe di consistenza (S2), l’assenza di vibrazione porta ad un grado di compattazione molto basso (0.80) con una penalizzazione di circa il 60% sulla resistenza meccanica.

IL BINOMIO LAVORABILITÀ-COMPATTAZIONE

Per ottenere calcestruzzi di buona qualità – cioè meccanicamente resistenti, oltre che durabili in quanto impermeabili agli agenti aggressivi – occorre realizzare il maggior grado di compattazione possibile, comunque almeno 0.97 e preferibilmente 1.Questo obiettivo si può raggiungere facilmente se si dispone di calcestruzzi a consistenza fluida (o se possibile superfluida) anche se non si dispone di un efficace sistema vibrante sul cantiere. D’altra parte, laddove la consistenza del calcestruzzo debba essere bassa per la tecnica esecutiva adottata (getti con vibrofinitrice, casseri rampanti, getti in pendenza, ecc.), l’efficacia del sistema vibrante in cantiere deve sopperire alla carente lavorabilità del calcestruzzo fresco per ottenere un soddisfacente grado di compattazione (³ 0.97) se non si vuole penalizzare eccessivamente le prestazioni meccaniche e quelle di durabilità del materiale messo in opera. 

Mix-design del calcestruzzo

Mix-design è letteralmente il “progetto della miscela“; più estesamente è il “calcolo della composizione del calcestruzzo a partire dalle prestazioni richieste (lavorabilità, resistenza meccanica, durabilità, ecc.) e dalle caratteristiche delle materie prime disponibili (cemento, inerti, additivi)“. Secondo una corretta accezione del termine, il mix-design si basa su alcune correlazioni sperimentali esistenti tra la composizione del calcestruzzo, da una parte, e le prestazioni del calcestruzzo e le caratteristiche delle materie dall’altra. Le cinque correlazioni fondamentali, illustrate in Fig. 1, sono:1 – il quantitativo di acqua (a), in kg/m3, dipende dalla lavorabilità del conglomerato fresco, oltre che dal tipo di inerte (tondeggiante o frantumato), dalla sua dimensione (diametro massimo), e dalla presenza di additivi (riduttori di acqua e aeranti);2 – il rapporto tra il quantitativo di acqua e quello di cemento che occorre adottare – rapporto a/c – dipende dalla resistenza meccanica del conglomerato indurito (Rck), oltre che dal tipo e dalla classe del cemento;3 – il rapporto a/c che occorre adottare dipende anche dalla durabilità del conglomerato indurito in relazione al grado di aggressione ambientale (classe di esposizione) cui la struttura è esposta;4 – noto il valore di a (attraverso la correlazione 1) e calcolato il valore di c (attraverso il valore di a e quello di a/c, quest’ultimo in base alle correlazioni 2 e 3) si calcola il volume di inerte Vi per differenza attraverso un bilancio di volume sottraendo al volume del calcestruzzo Vcls, quelli degli altri ingredienti Va, Vc e Va, (rispettivamente i volumi di acqua, cemento ed aria: i primi due sono calcolati dalle masse a e c attraverso le corrispondenti masse volumiche, il terzo Va è ricavato sperimentalmente in base al diametro massimo dell’inerte (Dmax);5 – il volume Vi dell’inerte totale viene ripartito in quello dei singoli inerti (per esempio sabbia e ghiaia) in base alle curve granulometriche di questi ultimi rispetto alla curva ottimale prescelta (Fuller, Bolomey, ecc.). I volumi di sabbia (Vs) e di ghiaia (Vg) così ottenuti vengono convertiti nelle corrispondenti masse (s e g) moltiplicando i volumi per le corrispondenti masse volumiche ms ed mg.Nei paragrafi che seguono vengono illustrate le cinque correlazioni soprammenzionate. Fig. 1 – Schematizzazione del processo di mix-design attraverso cinque correlazioni 

LAVORABILITÀ, ACQUA, INERTE, ADDITIVI

La correlazione I è illustrata nella Fig. 2 e mostra come all’aumentare della lavorabilità richiesta (in termini di slump) occorre proporzionalmente aumentare il quantitativo di acqua di impasto (a). Tuttavia esistono diverse curve di correlazione tra slump ed a, a seconda del diametro massimo. In altre parole, fissato lo slump richiesto (per esempio 180 mm), la quantità di acqua a, che occorre impiegare per conseguire questa lavorabilità, è tanto minore quanto più grosso è l’inerte: infatti, aumentando il diametro massimo (Dmax), si riduce l’area superficiale specifica dell’inerte e quindi l’acqua necessaria per bagnare la superficie; per esempio, per ottenere un calcestruzzo con uno slump di 180 mm, occorrono 240 kg/m3 oppure 210 kg/m3 di acqua a seconda che il diametro massimo dell’inerte è 16 oppure 32 mm rispettivamente (Fig. 2).Fig. 2 – Influenza del diametro massimo (Dmax) dell’inerte sulla correlazione slump-acqua di impasto.In realtà, a parità di Dmax, la quantità d’acqua che occorre impiegare per confezionare un calcestruzzo con un determinato slump, è maggiore se si utilizza un inerte frantumato dal contorno irregolare piuttosto che un inerte alluvionale dal contorno tondeggiante: infatti, a parità di dimensione, un inerte dal contorno irregolare, rispetto a quello dal contorno tondeggiante, presenta un attrito maggiore nei confronti della matrice cementizia e richiede, quindi, un maggior quantitativo di acqua per conseguire la stessa lavorabilità, cioè la stessa mobilità, del calcestruzzo fresco. Pertanto, i valori medi di acqua di impasto riportati in Fig. 2 debbono essere aumentati di 10 kg/m3 se si tratta di inerti frantumati dal contorno irregolare, e diminuiti di 10 kg/m3 se si tratta di inerti alluvionali dal contorno tondeggiante.La Fig.2 mostra, come si è visto, la variazione dello slump con il quantitativo di acqua di impasto (a) per un determinato inerte (tipo e diametro massimo).Se, però, si impiegano alcuni additivi, si riduce il quantitativo di acqua richiesto per ottenere un determinato slump con un certo inerte. La riduzione di acqua di impasto è funzione del tipo e dosaggio di additivo. Queste sono alcune tipiche riduzioni espresse in percentuale rispetto ai quantitativi di acqua mostrati in Fig. 2:5% se si impiega un additivo aerante (0.04-0.06% sul cemento), in caso di esposizione del calcestruzzo ai cicli di gelo-disgelo;8% se si impiega un additivo fluidificante (0.3-0.4% sul cemento);20% se si impiega un additivo superfluidificante (0.8-1.2% sul cemento);30% se si impiega un additivo iperfluidificante (1.5-2% sul cemento).Per esempio, per confezionare un calcestruzzo con slump di 180 mm il valore di a, in assenza di additivi, è di 200 kg/m3 con un inerte tondeggiante di 32 mm: in presenza di additivo superfluidificante, il valore di a per questo calcestruzzo si riduce del 20% è diventa 160 kg/m3.

RESISTENZA CARATTERISTICA, CEMENTO E RAPPORTO A/C

La correlazione 2 è illustrata nella Fig. 3 che mostra come la resistenza caratteristica Rck (controllo di tipo A, Rck = Rcm28-3.5), dove Rcm28 è la resistenza media a 28 giorni in MPa) aumenta al diminuire del rapporto a/c.Fig. 3 – Correlazione della Rck con il rapporto a/c per tre diversi cementi.In realtà la correlazione Rcka/c (ricavata sperimentalmente misurando la resistenza meccanica media di calcestruzzi con rapporto a/c noto) dipende anche dal tipo e soprattutto dalla classe del cemento impiegato. Nella Fig. 3 sono mostrate, a titolo di esempio, le curve di correlazione Rcka/c per tre cementi CEM I 52.5R, CEM II A/L 42.5R, CEM IV/B 32.5. In realtà è possibile tracciare una curva per ognuno dei 150 cementi previsti dalla norma UNI – EN 197/1. Tuttavia, tenendo conto delle effettive prestazioni dei vari cementi è possibile raggruppare in pratica tutte le potenziali correlazioni Rcka/c in tre gruppi; a seconda della classe di resistenza ed indipendentemente dal tipo: una prima per i cementi di classe 52.5 e 52.5R; una seconda per i cementi di classe 42.5 e 42.5R; una terza per i cementi di classe 32.5 e 32.5R.Se, invece, anziché la Rck – che si riferisce a 28 giorni – è presa in considerazione una resistenza meccanica alle brevi stagionature, per esempio per motivi di scasseratura a 1 giorno, allora occorre disporre di altre correlazioni, simili a quelle mostrate in Fig. 3, ma riferite a tempi di stagionatura più brevi. 

DURABILITÀ, RAPPORTO A/C ED ARIA INGLOBATA

L’assetto normativo, quale emerge dalle nuove regole europee sulla produzione e messa in opera del calcestruzzo, annette un’importanza fondamentale al problema della durabilità: l’impianto logico è incentrato su questi tre punti essenziali che interferiscono pesantemente con il processo di mix-design:1 – classificare gli ambienti in base al loro carattere aggressivo nei confronti del calcestruzzo e/o dei ferri di armatura (classi di esposizione);2 – adottare, conseguentemente, un rapporto a/c tanto più basso quanto maggiore è il livello di aggressione ambientale per predisporre un calcestruzzo impermeabile alla penetrazione degli agenti aggressivi;3 – inglobare aria in forma di microbolle uniformemente distribuite nella matrice cementizia (ed in misura tanto maggiore quanto minore è il diametro massimo dell’inerte) nei calcestruzzi esposti ai cicli di gelo-disgelo.Un altro aspetto fondamentale per la durabilità delle strutture – che non è in relazione con il mix-design, ma piuttosto con il processo esecutivo – è garantire un periodo minimo di stagionatura umida o di protezione dall’evaporazione (3 – 7 giorni) – che deve essere tanto più lungo, quanto più asciutto e freddo è il clima al momento della scasseratura.Tornando ai suddetti tre punti fondamentali per l’interazione della durabilità con la composizione del calcestruzzo, per ragioni di semplicità e brevità espositiva si farà riferimento all’attuale normativa (EN 206). Nella Tabella 1 sono mostrati i valori massimi di a/c e minimi di a‘ (aria, % in volume) in relazione alla classe di esposizione ambientale ed alla tipologia strutturale (normale, armata, precompressa), così come appaiono nella vigente norma europea e nazionale; per ragioni di comodità, sono anche riportati i valori minimi del copriferro per le strutture in c.a. e c.a.p. come previsti dall’Eurocodice 2.Selezionata la classe di esposizione ambientale nella quale l’opera è destinata a sorgere (per esempio 2a), e scelta la tipologia strutturale (per esempio armata), si individua il valore di (a/c)’ – in questo caso 0.60 – che non deve essere superato nel confezionare l’impasto se non si vuole mettere a rischio la durabilità dell’opera. Questo valore va confrontato con il rapporto a/c correlato con la Rck (scelta per ragioni di calcolo strutturale) in base ai grafici di Fig.4. Sono possibili tre situazioni:A) il valore del rapporto acqua-cemento (a/c)’ imposto dai vincoli di durabilità (Tabella 1) coincide con quello (a/c) derivante dalla Rck (Fig. 4): in questo caso non esistono, ovviamente, problemi sulla scelta di a/c e quindi per la prosecuzione del mix-design;B) il valore di (a/c)’ imposto dai vincoli di durabilità è maggiore di quello (a/c) derivante dalla Rck; in questo caso, che si verifica solitamente per valori di Rck elevati, si sceglie, per la prosecuzione del mix-design, il valore di a/c derivante dalla Rck il quale soddisfa anche il vincolo nel rapporto (a/c)’ massimo imposto dalla durabilità;C) il valore di (a/c)’ imposto dalla durabilità è inferiore a quello di (a/c) derivante dalla Rck; in questo caso, che si verifica quasi sempre per valori di Rck bassi o medio-bassi (15-25 MPa), il valore del rapporto acqua-cemento con cui proseguire il mix-design è quello (a/c)’ imposto dalla durabilità, ed il valore di resistenza caratteristica risulterà di fatto più alto (Rck) rispetto a quello previsto originariamente (Rck) sulla base di considerazioni meramente strutturali.Quest’ultimo aspetto del problema, che è un punto chiave nel processo di mix-design in relazione alle due proprietà fondamentali del calcestruzzo in servizio (resistenza meccanica e durabilità) è illustrato esemplificativamente nella Fig. 4 dove è riportata la resistenza caratteristica in funzione del rapporto acqua-cemento per un determinato cemento (per esempio CEM II B/L 32.5R).Tabella 1 – Vincoli composizionali (a/c ed aria) e copriferro (Eurocodice 2) in base ad alcune  classi di esposizione ambientaleScelto Rck (per es. 25 MPa) si individua a/c (0.63); ma poiché questo è maggiore di (a/c)’ imposto dal vincolo di durabilità (per es. 0.50) occorre, tra i due valori del rapporto acqua/cemento, scegliere il più basso tra i due – cioè 0.50 – in modo da soddisfare sia il requisito di durabilità che quello di resistenza caratteristica. Naturalmente, la effettiva resistenza caratteristica sarà Rck =36 MPa > Rck= 25 MPa (inizialmente prevista solo per ragioni strutturali) in virtù del minor rapporto (a/c)’ che si deve adottare per ragioni di durabilità.* I valori minimi di aria 4%, 5% e 6% si riferiscono rispettivamente ad inerti con diametro massimo di 32,16 ed 8 mmNel caso delle classi di esposizione XF3, XF4 e XD3 ai fini della durabilità è previsto un volume minimo di aria (si consulti l’articolo “Gelo e disgelo nel calcestruzzo” sul sito www.encosrl.it è l’ABC del calcestruzzo).Fig.4 – Scelta della effettiva resistenza caratteristica (R’ck) per ragioni di durabilità(Tabella 1), occorre prevedere l’impiego di un additivo aerante e modificare la correlazione resistenza meccanica – rapporto a/c (Fig. 5) per tener conto della presenza delle microbolle d’aria (4-6% in volume). Infatti, l’aria inglobata, benefica per la resistenza ai cicli di gelo-disgelo, comporta una penalizzazione della prestazione meccanica di circa il 20%. Ciò significa che – in presenza di additivo aerante – la curva della Fig. 4 risulta abbassata di un 20% sull’ordinata come è mostrato in Fig. 5. Conseguentemente, per un dato valore di Rck, l’impiego di additivo aerante comporta un valore nel rapporto acqua-cemento (a/c)2 più basso di quello (a/c)1 che occorrerebbe impiegare in assenza di aerante (Fig. 5).Fig.5 – Correlazione tra resistenza caratteristica e rapporto acqua-cemento con e senza aeranteFig.6 – Volume di aria intrappolata (a’) nel calcestruzzo compattato in funzione del diametro massimo dell’inerte (con Dmax=32 mm), la percentuale di aria è 1.3%. 

COMBINAZIONE DEGLI INERTI DISPONIBILI

Noti i valori di a (Fig. 2) e quello di a/c (Fig. 4), si passa al calcolo del volume totale di inerte (Vi) per bilancio di volume tra quello del calcestruzzo (Vcls), da una parte, e quelli dei singoli ingredienti, dall’altra:Vi = VclsVaVcVa‘        [1]dove Va e Vc, rispettivamente i volumi di acqua e di cemento, sono facilmente calcolabili dalle corrispondenti masse volumiche (1 kg/l per l’acqua e circa 3.1 kg/l per il cemento), mentre Va‘ è il volume di aria in litri per volume unitario di calcestruzzo, pari a 10 volte la % di aria nel calcestruzzo. Ponendo Vcls pari a 1 m3 ed esprimendo tutti i volumi in litri la [1] diventa:Vi = 1000 – a – (c/3.1) – 10 a‘                [2]dove Vi è il volume di inerte totale in litri per 1 m3 di calcestruzzo, ed a‘ è la percentuale in volume di aria presente nel conglomerato. Nel caso di calcestruzzi resistenti al gelo il valore di a‘ (aria inglobata) è desunto dalla Tabella 1 per esigenza di durabilità; per tutte le altre classi di esposizione cioè per i calcestruzzi privi di aerante, il valore di a‘ (aria intrappolata) è deducibile dalla Fig. 6 che riporta la percentuale di aria, misurata sperimentalmente nel calcestruzzo dopo compattazione, in funzione del diametro massimo dell’inerte sceltoNoto a‘ (dalla Tabella 1 o dalla Fig. 6, a seconda delle classi di esposizione), è possibile risalire al volume dell’inerte totale (Vi) mediante l’equazione [2]. Per esempio con Dmax di 32 mm, con a di 160 kg/m3 (slump = 180 mm,  con inerte tondo e superfluidificante), con c di 320 kg/m3 in base ad a/c=0.50 ed a = 160 kg/m3, si può calcolare Vi se si assume che la percentuale di aria intrappolata (a‘) è di 1.3% (Fig.6):Vi = 1000 – 160 – ( 320/3.1) – 13= 724 l/m3Nel caso, per esempio, che gli inerti reali disponibili siano una sabbia ed una ghiaia con Dmax = 32 mm, il valore di (Vi) di tutto l’inerte deve essere suddiviso nel volume di sabbia (Vs) e di ghiaia (Vg) per 1 m3 di calcestruzzo. Per questa operazione finale del mix-design, nota come combinazione degli inerti, è necessario disporre delle analisi granulometriche (determinate per vagliatura) della sabbia e della ghiaia, e della distribuzione granulometrica ottimale (secondo Fuller, Bolomey o altri) che si vuole conseguire. Questa operazione è descritta in dettaglio nell’articolo “Inerte del calcestruzzo” disponibile sul sito www.enco.srl è l’ ABC del calcestruzzo.Una volta calcolati Vs e Vg, entrambi espressi in litri per 1 m3 di calcestruzzo, è possibile risalire alle masse di sabbia (s) e di ghiaia (g), in kg per 1 m3 di calcestruzzo, moltiplicando Vs e Vg per le corrispondenti masse volumiche (pesi specifici), rispettivamente della sabbia (ms) e della ghiaia (mg). I valori delle masse volumiche della sabbia e della ghiaia sono solitamente compresi nell’intervallo (2.6 – 2.7 kg/l) e vanno determinati nella condizione di inerti saturi (di umidità) a superficie asciutta (s.s.a.), cioè nella condizione in cui essi si trovano all’interno dell’impasto. 

PER CONCLUDERE

Il mix-design può essere approfondito per determinare anche il ritiro, la deformazione viscosa, il modulo elastico, la resistenza meccanica a flessione o a trazione, la resistenza meccanica allo scassero, il calore di idratazione, i gradienti termici – tutte proprietà ingegneristiche importanti, ma solitamente richieste per casi un po’ particolari. Così pure, sempre attraverso il mix-design si può entrare nel merito del trasporto del calcestruzzo e della corrispondente perdita di lavorabilità, dell’impiego di additivi riduttori di acqua o acceleranti, della correzione da apportare alla “ricetta” per tener conto dell’umidità degli inerti, o di altri dettagli esecutivi.